Insieme per gestire il territorio

Puntuali alle prime luci dell’alba di domani, uomini e cani rinnoveranno l’antico rito. Ma questo, nel III millennio, ha ancora un senso? Per chi non ama la caccia, ovviamente no: anzi, gli appassionati di quella che in altre epoche veniva definita l’ars venandi (l’arte del cacciare) non perdono occasione per additarci come criminali pericolosi, che non solamente sterminano la fauna selvatica e distruggono il territorio, ma attentano pure alla vita delle persone. Ciò che appare paradossale è poi il fatto che molti organi d’informazione, allorché debbono trattare della caccia, utilizzino come fonti i dati divulgati da certe associazioni animaliste, dati che, naturalmente, non possono che essere altamente negativi perché strumentalizzati.
Questo la dice lunga anche sul sistema di gestire il mondo dei media, che invece di rivolgersi alle istituzioni o comunque agli organismi competenti in materia, bussano alla porta di chi ha fatto della lotta contro la caccia la ragione della propria vita. Comunque sia, per rispondere a nostra volta alla domanda che più sopra ci ponevamo, è chiaro che il senso di proseguire nell’attività venatoria esista e per tutta una serie di motivi.
Lasciamo perdere qui il solito, trito discorso secondo il quale i cacciatori sono i maggiori difensori dell’ambiente: questa affermazione ormai ha il sapore di uno slogan politico pre-elettorale. Noi crediamo che questa frase, che in ogni caso conserva un indubbio significato positivo, debba essere un po' declinata, nel senso di sostituire al termine «ambiente» il termine ben più vasto di «territorio» e a quello di «difensori» quello di «gestori». In tal modo, oltre a fornire una visione complessiva della questione, si riesce anche a far comprendere all’interlocutore l’essenza della caccia moderna, che è quella della gestione: territoriale, faunistico-ambientale e più squisitamente venatoria.
Non soltanto i denari impiegati sul territorio provengono dalle nostre tasche, poiché derivanti dalle tasse regionali versate annualmente per esercitare la caccia nonché dalle quote annuali di adesione ai singoli Atc e Ca, ma pure gli operatori (una volta semplicemente chiamati «manodopera») appartengono al mondo venatorio. Tutto poi si svolge di concerto con le aziende agricole, dato che sono i soggetti che ci ospitano sui loro terreni ma che, contemporaneamente, beneficiano dei redditi integrativi derivanti dagli interventi agronomici compatibili con la conservazione della fauna selvatica. Chiaramente, agricoltori e cacciatori italiani hanno dovuto imparare a dialogare in maniera concreta e crediamo di poter concludere che gli sforzi compiuti abbiano spesso portato a risultati positivi.
Una maturazione cui abbiamo assistito nei rapporti tra mondo venatorio e istituzioni, regionali o provinciali, che si estrinseca nella capacità di confrontarsi e costruire sinergie che, in ultima analisi, conducano a un esercizio della caccia che sia a priori utile per il territorio e, a posteriori, sereno e responsabile. Sul risultato importante ottenuto quest’anno con le leggi regionali su deroghe e catture non ci soffermiamo più, perché chiunque ormai ha avuto modo di rifletterci pervenendo alle proprie conclusioni. Adesso, come sempre, la palla passa alla nostra cara, vecchia Terra e a tutte le sue manifestazioni visibili: l’andamento climatico-meteorologico, le migrazioni, la produzione dei raccolti. E noi ci siamo e ci saremo, tra gli ultimi testimoni dell’alternanza delle stagioni, del susseguirsi cioè di quei cicli naturali che la stragrande maggioranza delle popolazioni del mondo cosiddetto «civilizzato» ormai nemmeno più vede, sente, fiuta: in una parola, più non conosce né comprende. Ecco, anche in questo dovremo giocare la nostra partita, come depositari di saperi antichi dei quali permettiamo e permetteremo la sopravvivenza, affinché uno straordinario patrimonio culturale non muoia e serva a tutti da ri-ammaestramento per il futuro.