Insultare Berlusconi ormai non fa più notizia

Sia il premier che Milly Moratti bersagli ai seggi di ingiurie di
anonimi contestatori. Ma se l’attacco all’esponente del centrosinistra è
subito riportato dalle agenzie, quello al Cavaliere passa in sordina

Milano Ci sono i flash dei fotografi e c’è la solita litania: «Buffone». Gli insulti, non le critiche sempre legittime, sono un bagaglio inseparabile per il premier. Come la scorta. E ormai le agenzie non li registrano più. Perché a leggerli e rileggerli, i vaffa al Cav, viene da sbadigliare. A Silvio Berlusconi si grida di tutto. Da sempre. E i cronisti fanno persino fatica a trascrivere sui loro taccuini le colorite espressioni utilizzate per offenderlo. Capita anche ieri. E sempre ieri, giornata del turpiloquio bipartisan, pure Milly Moratti, leader di una lista schierata con Giuliano Pisapia, viene presa a parolacce. La città s’indigna, la stessa città che accoglie nel silenzio le proteste anti Berlusconi. La piazzata alla Moratti arriva in un seggio chic della centralissima via della Spiga, non nella semiperiferica scuola di via Scrosati, dove si è recato Silvio Berlusconi.

I contestatori però non pongono barriere geografiche alle loro scorribande e così la Moratti e il Cavaliere devono sorbirsi la parole fuori misura di avversari, ricchi o poveri ma comunque con la bava alla bocca.
In via della Spiga, dove il metro quadro raggiunge quotazioni himalayane, va al voto il clan dei Moratti: alle 10.30 ecco il primo cittadino Letizia, mezz’ora dopo tocca alla cognata e arcinemica Milly. Letizia se la cava senza problemi, Milly invece deve registrare un incontro imprevisto all’uscita. Un tizio di mezza età, abbronzato e ben vestito, con il portafoglio probabilmente in linea con la toponomastica glamour della zona, le sbarra la strada urlandole: «Comunista di m..». Poi lo sconosciuto se ne va e nessuno riesce a identificarlo. L’episodio però non passa inosservato e le agenzie di stampa titolano: Milly Moratti vota in seggio via Spiga e viene insultata. Giusto. E sacrosanto in un Paese che si definisce democratico.

Democratico sì, ma col Cavaliere siamo abituati a scenari diversi. A insulti di ogni tipo, lanciati in tutti gli ambienti possibili. Dai tribunali agli stadi passando per i dintorni delle sue residenze. Ieri mattina, intorno alle 12.45, il Cavaliere si esibisce nel solito rito della scheda che resta per qualche secondo sospesa fra le dita e sotto i bagliori dei fotografi, infine scivola nell’urna. Poi esce, e a questo punto una signora bionda, sulla quarantina, gli urla: «Buffone». Non succede niente. Nemmeno un fremito dei presenti. Ad un certo punto la donna, forse depressa per le reazioni da elettroencefalogramma piatto, gira sui tacchi e scompare. Chi era? Non interessa a nessuno. Le urla scomposte sono parte della coreografia, anzi della tappezzeria, di questi lunghi anni del berlusconismo.

Le agenzie vengono informate ma non titolano su un episodio già visto mille volte e ritenuto insignificante. Spiace dirlo, ma non c’è notizia. Sulla lavagna del Cavaliere si può scrivere di tutto. Non c’è problema. Non c’è difficoltà. Non c’è niente di niente. Nemmeno gli insulti più studiati, più innovativi, più eccentrici risvegliano dal torpore che accompagna la loro generosa e costante distribuzione. L’unico inconveniente, proprio per la facilità con cui l’opinione pubblica si è assuefatta alle esternazioni anti Silvio, è quello di passare inosservati. Di non essere notati da nessuno. Di alzare la voce per gridare e per finire nel cono d’ombra dell’irrilevanza.
Troppo semplice. Troppo ripetitivo. Troppo scontato. Uno sbadiglio e il mondo dell’informazione passa oltre. È esattamente il clima con cui le agenzie registrano ieri la provocazione. Due righe due in fondo al dispaccio per liquidare la soporifera faccenda: «All’uscita della macchina di Berlusconi dal cortile della scuola dove ha votato, ci sono stati alcuni applausi ma non sono mancate neanche le critiche di alcuni che lo hanno definito “Buffone”».

Buffone o anche qualcosa di peggio. I toni di volta in volta pesanti o triviali o pecorecci riempiono il trolley quotidiano dell’odio anti Cavaliere. Un trolley che ogni giorno viene svuotato e il giorno dopo è riempito da altre parolacce. Routine. Così, il clamore di quel che è successo in via della Spiga fa il giro della città e molte persone si affrettano a comunicare a Milly Moratti la loro solidarietà. Cominciando dal presidente Pdl della Provincia Guido Podestà che esprime prontamente la sua vicinanza alla Moratti, attaccata «per le sue idee». Ma a nessuno passa per l’anticamera del cervello di ripetersi con il Cavaliere. Forse perché «comunista di m..» pesa più di uno stinto «buffone»? Può essere ma non è una spiegazione che convinca più di tanto.

Fra l’altro, il Cavaliere apostrofato viene colpito due volte: come presidente del Consiglio e come capolista della Moratti. È un Cavaliere istituzionale, anzi istituzionale al quadrato, quello bersagliato in via Scrosati. Ma gli insulti fanno parte del suo paesaggio e lo seguono (talvolta lo precedono) come lo strascico dell’abito segue la regina nelle occasioni ufficiali. E lo strascico delle contumelie è anche più lungo. Anzi, non finisce più.