Gli insulti del calcio finiscono in libreria

Claudio De Carli

Si chiama Il grande libro degli insulti sportivi di David Milsted, un classico da ombrellone, molto british ma argomento di facile comprensione e larga diffusione in tutto l’amato pianeta football. Del resto Jorge Valdano era stato sincero: «Chiedo scusa ai miei lettori più sensibili - scriveva in Il sogno di futbolandia - ma il linguaggio del calcio è poco accademico». Tipo gomitata di De Rossi, pugno di Frings e zuccata di Zidane. Ma c’è di meglio: i fuori campo verbali dei giocatori, momenti dove quella sana e robusta passione fluttua fra gossip, hard e dark, mantenendo sempre livelli irraggiungibili, con il rispetto reciproco alla base di tutto, come l’innocente definizione che Ian Wright diede di Edgard Davids: «È solo una piccola teiera con i capelli rasta». Con punte sublimi: «Ho detto a Gascoigne che il suo QI era più basso del numero della sua maglia - disse George Best -. Volevo offenderlo, ma lui mi fa: cos’è il QI?». E su Beckham: «Non sa calciare di sinistro, non segna mai, non sa colpire di testa e non contrasta. A parte questo tutto il resto è ok». Ma i calciatori si stimano e non se lo mandano a dire: «Ho visto Savo Milosevic sputare contro i nostri tifosi - ha detto James Milner dell’Aston Villa -, ma conoscendolo, credo che li abbia mancati». Graeme Le Saux ricorda con nostalgia un ex compagno del Chelsea: «Zola porta sempre con sé un vocabolario italiano-inglese. Intendiamoci: gli serve per salirci sopra».
Fantastico Roy Keane quando descrive le sessioni di bevute a Manchester: «Il Mulligan è un piccolo pub irlandese relegato in una stradina laterale: il posto perfetto per il tipo di serata che volevamo. Ryan Giggs e Nicky Butt erano alla ricerca di vittime. Ryan aveva quel pallore che ne fa un ragazzo molto serio e apprezzato, anche se Ryan non è mai un innocente. Gary Neville stava chiacchierando e Peter Schmeichel si metteva in posa, ma questa non è una novità: lui aveva la capacità di annoiare chiunque gli capitasse a tiro. Dwight Yorke stava traboccando di gioia e potenziali guai. Beckham stava ascoltando Gary. Teddy Sheringhan faceva un po' il figo, d’altronde lui viene da Londra. E Denis Irwin e Paul Scholes, stavano pian piano uscendo dal loro guscio». Il tipo di serata che volevano i giocatori del Manchester United finirà in una rissa colossale da Henry’s, un locale dalla parte opposta della strada dove il gruppo si era trasferito dopo la precedente rissa al Mulligan.
Ecco Tony Adams su Bergkamp, Merson e Gascoigne: «Mentre il pullman ci stava portando allo stadio mi avvicinai a Dennis e gli dissi: caro, sei qui all’Arsenal da due anni, non vorrei che te ne ritornassi in Olanda solo più ricco, non sarebbe il caso che anche tu riuscissi a vincere qualcosa con noi? Paul Merson? Meraviglioso, ma Graham Taylor teneva più a me. Infatti quando scoprì che uno di noi due, ubriaco perso, aveva sfondato la porta della camera, in cuor suo sperava che fosse stato Paul. Comunque ci avevano chiesto di stare calmi, allora andammo al Blue Oyster, il bar che l’Arsenal aveva scelto per farci socializzare. Entrammo e c’era Gascoigne che stava imperversando al karaoke esibendosi in un vecchio brano di Elvis Presley, Wooden heart, e non c’era verso di togliergli il microfono di mano. Che tristezza! Era già ubriaco fradicio alle quattro di sabato pomeriggio».
Ma a volte non ne hanno neppure colpa loro, come quando un giornalista, serissimo, chiese a Gordon Strachan se James Beattie meritasse veramente la maglia della nazionale inglese: «Chissenefrega - rispose Strachan -, io sono scozzese».