Intanto a Milano Pisapia regolarizza il Leoncavallo

Il centro sociale più famoso in città diventa legale dopo 30 anni di
abusivismo. Grazie alla collaborazione tra la sinistra al potere e la
borghesia radical chic

Milano - Mentre a Roma è partita la conta dei danni ed è caccia all’uomo incappucciato, ai centinaia di black bloc che hanno acceso la miccia della guerriglia urbana, a Milano le famiglie della borghesia illuminata finanziano il progetto di legalizzazione del Leoncavallo, il centro sociale più famoso della città. Arrivati nella Capitale soprattutto dal Sud e dal Nord Est, in centinaia, addestrati e armati di tutto punto, provengono - questo almeno l’identikit dei primi cento arrestati - dai centri sociali, dal mondo dell’antagonismo e degli ambienti anarco-insurrezionalisti.
Ma a Milano il mondo è capovolto: il presidente del Consiglio comunale Basilio Rizzo è pronto a incontrare gli indignati milanesi, il sindaco arancione, Giuliano Pisapia, promette entro Natale di mettere in regola il Leoncavallo. Trent’anni di abusivismo e di lotta alle spalle, appartiene ancora al presente la festa del raccolto (di canapa indiana), all’orizzonte un percorso di regolarizzazione. Don Gino Rigoldi, cappellano del Beccaria e fondatore di Comunità nuova, ci mette la faccia. Pisapia garantisce. Il mezzo (ovvero i danèe) li mettono due fondazioni private e famiglie della borghesia progressista, molto vicine ai Moratti, in particolare al ramo radical chic della famiglia, ovvero Massimo e la moglie Milly, e ai Pirelli. Di più non è dato sapere, se non che Milly, la cognata dell’ex sindaco Letizia, è in costante contatto con don Gino per collaborare. Due settimane fa la telefonata: «Caro don Gino ho sentito del Leoncavallo, dimmi come posso aiutarti». Poi le parole sono diventate una collaborazione più stretta.
Milan col coeur in man, recita un vecchio detto che sembra dimenticato, all’occorrenza. Dov’era la gauche caviar quando si trattava di prendersi cura del restauro del Duomo? E le infiltrazioni di acqua nel tetto della biblioteca Braidense che rischiano di danneggiare per sempre i manoscritti del Manzoni? La Grande Brera vedrà mai un futuro senza la generosità di qualche mecenate? La borghesia bene è sparita, forse in qualche salotto? No, eccola rispuntare per mettere in regola il «nemico pubblico numero uno» come l’aveva battezzato l’ex vice sindaco, Riccardo De Corato. Questione di gusti e di punti di vista.
Fin qui i privati. Ma nella Milano a testa in giù succede anche che la stessa giunta arancione, che da mesi lamenta un buco di bilancio e l’assoluta mancanza di fondi in cassa, alzi le tasse e poi faccia regali agli immobiliaristi. La famiglia Cabassi, proprietaria dell’ex cartiera occupata dal 1994 a due passi da Greco, infatti, è disponibile a cederla al Comune in cambio di una cascina fuori Milano. Di pari valore. Così il Comune scambia un bene che è di tutti per fare un bel regalo di Natale agli autonomi. I leoncavallini - nel progetto che si sta delineando - rimarranno quindi nel loro centro sociale, pagando un affitto a Palazzo Marino. Il resto della struttura, invece, sarà trasformata in un centro sociale comunale: il progetto cui sta assiduamente lavorando don Gino Rigoldi prevede la creazione di un pensionato universitario e di una struttura di ospitalità per rifugiati politici. Due i laboratori previsti: uno per la fabbricazione di quadri elettrici industriali e un centro agricolo biologico in collaborazione con Slow Food. L’accordo prevede che siano avviati al lavoro i ragazzi del carcere minorile Beccaria, di cui don Gino è cappellano. E qui cala l’asso la sinistra al cachemire. Con buona pace degli immobiliaristi e dei milanesi. RM