Intanto la sinistra in Calabria rinuncia a una centrale a «emissioni zero» Addio a 1.200 posti di lavoro

Felice Manti

Milano Mentre la sinistra nazionale tuona contro il «no» del governo al pacchetto Ue sul clima, i dirigenti locali buttano alle ortiche la possibilità di riqualificare un’area ferma da quasi 40 anni, ridurre le emissioni dei gas serra senza rinunciare a un cospicuo surplus energetico con zero costi per lo Stato.
Succede in Calabria, regno del governatore Pd Agazio Loiero. Che qualche settimana fa ha detto «no» a una centrale a carbone «pulito», a emissione zero come le «sorelle» di Civitavecchia e Porto Tolle, che avrebbe potuto creare centinaia di posti di lavoro e riqualificare l’area industriale dell’ex Liquichimica, in provincia di Reggio Calabria. Il «niet» è dello scorso 29 agosto. «Senza se e senza ma», tenne a precisare Loiero, perché a suo avviso «il saldo energetico della Calabria è già positivo» e perché «quella centrale è in contrasto con lo sviluppo di quell’area e con il Piano energetico regionale».
Il progetto era stato presentato nei mesi scorsi dalla società Sei, controllata da Rätia Energie, Hera, Foster Wheeler Italiana e Apri Sviluppo. L’investimento previsto era di quasi un miliardo di euro, esclusivamente privato, con una ricaduta occupazionale che secondo la Sei sarebbe stata di circa «800 unità in corso di realizzazione e di 400 a regime di produzione». Ma dopo il «no» la società ha chiesto la sospensione delle procedure per il rilascio del Via, la valutazione di impatto ambientale necessaria per dare il via libera ai lavori. E tutto si è fermato.
Gongolano i «no» alla centrale, con in testa Legambiente che parla di scampato pericolo per le emissioni di 7,5 tonnellate di Co2, mentre i «sì» arricciano il naso. La ex Liquichimica, fabbrica dismessa da quasi quarant’anni, è uno dei simboli di questa terra. Costruita nel lontano 1974 grazie all’allora famoso «pacchetto Colombo» per il rilancio industriale del Mezzogiorno, la fabbrica doveva produrre bioproteine sintetiche: fieno artificiale per bovini. Ma non è mai entrata in funzione perché pochi giorni dopo la fine dei lavori il ministero della Sanità disse che quelle bioproteine erano dannose per la salute degli animali.
Secondo un’inchiesta della Dda di Reggio Calabria a metà anni Novanta, dietro il fallimento della Liquichimica c’era un complotto ordito dalla ’ndrangheta, che non voleva la fabbrica perché «quelle imprese erano estranee a quelli delle consorterie mafiose presenti sul territorio». E per farlo, secondo i pm, arrivò persino a uccidere uno degli ingegneri del progetto, Giovanni Romano, morto in uno strano incidente stradale nel 1976.
Qualche mese prima si era anche capito il perché. Poco al largo del porto industriale realizzato nella centrale venne scoperta una nave carica di esplosivo. Era la «Laura C.», lunga 150 metri per 20mila tonnellate di stazza, affondata nel 1943 con il suo carico di tritolo, che l’acqua avrebbe aiutato a conservare, ma «dimenticata» per anni. Finché la polizia non scoprì quelle settecento tonnellate che la ’ndrangheta aveva utilizzato per i suoi attentati e che avrebbe «girato» a Cosa nostra per compiere gli attentati del ’92 e ’93 a Palermo, Roma e Firenze.
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