integrazione La sfida dell’Europa

Quando devo spiegare come intendiamo, noi della Cdl, la separazione delle carriere tra giudici e procuratori, mi servo spesso dell’esempio di Marcello Pera. Pera cominciò con la carriera di banca, percorse tutta la carriera universitaria, poi abbracciò la politica e divenne la seconda carica dello Stato. Dunque, non abbiamo nulla in contrario, se un magistrato passa dalla carriera inquirente alla giudicante e viceversa; purché lo faccia, come Pera, sottoponendosi ogni volta al giudizio di chi lo promuove, non di un unico organo politicizzato e diviso, come il Csm. Queste considerazioni mi tornano in mente leggendo i due volumi freschi di stampa che raccolgono i discorsi di Pera del 2003-2004 (La martinella, Rubbettino, pagg. XIII-123 e XXIV-193, 20 euro l’uno). Tema principale, la situazione spirituale dell’Occidente. Ma non mancano medaglioni di politici e scrittori, pareri sulle riforme costituzionali e, infine, un saggio di metodologia della scienza (L’eresia scientifica di Giuliano Preparata), con cui Pera ritorna sui campi che lo hanno reso celebre. Sotto la rubrica Il malessere dell’Occidente ritroviamo i temi su cui si è trovato alleato, su sponde diverse, con Ratzinger. Principale problema d’attualità il rapporto con l’Islam; ma il problema di fondo è il II nuovo spirito di Monaco, su cui la Fondazione Magna Charta, presieduta da Pera, organizzò un convegno nel 2004 (a cura di G. Quagliariello, Mondadori, pagg. 88, euro 2,90). Pera nega che «tolleranza e laicità siano da sé soli principi sufficienti a consentire l’integrazione culturale». Tale speranza si basa sulla convinzione che le leggi di uno Stato liberale siano neutre ideologicamente, convinzione ottimistica ma sbagliata. Occorre in più il principio del rispetto che, però, ha anch’esso un limite: andrà rispettato anche chi non ci rispetta? Il rispetto va coltivato nella reciprocità: questo devono mettersi in testa gli islamici. In Multiculturalismo e società aperta, Pera sostiene una tesi delle valutazioni oggettive, senza la quale una società si avvia alla scomparsa. Fuorviante la teoria «decostruttivista» di Derrida, secondo la quale sarebbe impossibile paragonare con un metro oggettivo i valori su cui si appoggiano civiltà diverse: il prevalere sarebbe dovuto solo a circostanze esterne, come la forza militare e finanziaria. Di tali circostanze esterne nessuno nega l’importanza; ma, se si parte dal principio, non che tutte le civiltà abbiano un valore bensì che tutte abbiano lo stesso valore - ovvero che non ci sia un metro oggettivo per compararle - ci si arrende inevitabilmente alla forza. Chiare, ormai, le ragioni dell’incontro con il pensiero di Benedetto XVI, in cui è fondamentale la critica al relativismo. Di meno facile comprensione il discorso in memoria di Giuliano Preparata, tenuto all’Istituto di Studi filosofici di Napoli il 22 marzo 2004; ma è opportuno parlarne, perché è quello che mette di più in luce l’originalità di Marcello Pera. E anche il suo coraggio perché non esclude del tutto la possibilità di una «fusione fredda» che la gran maggioranza dei fisici giudica (con buone ragioni) una «bufala». Eppure anche a Carlo Rubbia qualche dubbio è rimasto: «la fusione fredda è partita col piede sbagliato» ha detto. Di dove questa incertezza? Pera la spiega con l’insufficienza del metodo scientifico, quale si è soliti concepirlo dopo Galileo, come una nostra lettura diretta nel libro della natura. Il modello metodologico proposto da Pera non è lineare, bensì triangolare. Uno dei tre vertici è la comunità scientifica, restia ad accogliere ogni novità che imponga una revisione del modello standard che ci si è fatti della realtà, per far posto a nuove osservazioni e esperienze. Questo «gioco a tre» del progresso scientifico spiega molti ostracismi. Ad esempio il divieto al grande astrofisico Arp di usare i telescopi, solo perché aveva messo in dubbio l’interpretazione data da Hubble dello «spostamento verso il rosso» delle righe spettrali provenienti da galassie lontane. Al contrario di quanto sosteneva Ugo Spirito quando io ero giovane e Pera giovanissimo, la comunità scientifica è spesso dogmatica. Non dogmatico è Pera; e lo riconoscono, anche in politica, perfino i suoi avversari.

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