Integrazione, sogno svanito Il paese dell’accoglienza ora manda via gli zingari

Dopo anni di politica buonista, il Comune di Pioltello, hinterland milanese, getta la spugna: «Con loro convivenza impossibile»

da Milano

Lui, Antonello Concas, sindaco di Pioltello e a capo di una giunta di centrosinistra, ci aveva provato. Coi rom era andato a trattare. Certo, quando s’è insediato due anni fa, «alla cascina Bareggiate - una decina di chilometri a Est di Milano - erano appena 200». Duecentoquaranta secondo un rapporto della Provincia, ma non importa, «si trattava comunque di una cifra ragionevole», riferisce. A loro l’ha detto chiaro: abusivi siete e abusivi restate. «L’importante è che ve ne andate da questa cascina che cade a pezzi, vi troviamo noi un posto migliore dove alloggiare. Come? Basta firmare un patto di legalità». Tradotto: mandate i figli a scuola, andate a lavorare, smettete di rubare, di aggredire la gente, di smontare le auto nel cortile. Pensava addirittura a case prefabbricate in legno, il sindaco, da mettere a disposizione delle famiglie rom: con luce, acqua, gas, telefono, tutto. Progetto ambizioso. I soldi? «Sarebbero arrivati dai privati». E in più, mediatori culturali della Caritas ad accompagnare i ragazzini passo per passo nel lungo cammino verso la normalità. «Un’idea solidale. Sostenibile». Encomiabile.
Peccato che il sogno di Pioltello non sia mai stato tradotto in realtà. Voltandosi in incubo. «Il nostro piano è naufragato», ammette oggi Concas. E i suoi concittadini - oltre 34mila abitanti residenti - da quei ruderi-fortini si tengono bene alla larga. Raccontano di finestre in frantumi la notte, vandalismi, pestaggi soltanto minacciati o subiti per davvero. Violenze d’ogni genere. Perciò l’integrazione dei rom è rimasta nella testa di noi amministratori. Avevamo chiesto di eliminare dal gruppo i personaggi pericolosi, con la fedina penale sporca per intenderci. Così dalle duecento iniziali saremmo giunti a un nucleo di 60-70 persone». Erano pronti a consegnare le chiavi di casa. «Una sistemazione momentanea, per carità, e nel giro di otto mesi al massimo avrebbero raggiunto l’autonomia economica e quindi abitativa», chiarisce Concas.
Fantasie, ahimè. Altro che fare pulizia nel campo, gli irregolari alla cascina Bareggiate continuavano ad aumentare. Anzi raddoppiavano, triplicavano. Occupavano i rifugi vicini, si prendevano altre due cascine, qualsiasi cosa avesse un tetto, anche se pericolante. E quella brutta storia, nel dicembre scorso, di bambini «convinti» a mendicare ai semafori a forza di botte e tenuti al guinzaglio come cani dagli adulti-aguzzini. Il quartier generale del clan proprio nella famigerata cascina Bareggiate. D’altronde è lunga la scia di crimini che porta dalle parti di Pioltello. Fino alla settimana scorsa, quando il bulgaro di 26 anni accusato di aver violentato la moglie e un’altra donna, entrambe costrette a prostituirsi, è stato scovato dalla Polfer in una baracca sui binari della Milano-Treviglio. La stessa che i rom saccheggiano facendo sparire il rame dell’alta velocità.
«Poi sono cominciati gli sgomberi nella metropoli. Dopo l’ultimo, alla Bovisasca in aprile, entro i nostri confini sono diventati 500», alza le spalle. Risultato? In un mese la situazione s’è ribaltata, e adesso Pioltello chiede al prefetto di Milano, in procinto di assumere pieni poteri sull’emergenza, di risolvere il problema. Ora hanno altre priorità. «Quei quartieri abitati al 75 per cento da extracomunitari, per esempio». Ma almeno i maghrebini, prima o dopo, negli appartamenti ci finiscono. E provano a integrarsi. I rom, invece, no. Con loro è stato impossibile allacciare un rapporto di convivenza civile. Che fare, dunque? Ripartire i 10mila rom di Milano sul territorio dell’hinterland, come propone il prefetto? Replica seccato il sindaco diessino: «Ripartire mi sembra il termine giusto, ma non come intende fare Lombardi. Nel senso che i romeni in sovrannumero devono tornarsene al loro Paese...». Conclusione della parabola di chi offriva accoglienza e ha ricevuto in cambio l’invasione.