Gli intellettuali «democratici» che non trovano spazio a sinistra

Domenica l’inserto culturale del Sole24Ore ha pubblicato un intervento di Christian Raimo dal titolo «Cercando uno spazio pubblico». Il pezzo è collocato in apertura di pagina 2, quella delle «Idee», una posizione di una certa visibilità e autorevolezza. E infatti è un pezzo molto interessante.
Raimo, che ha 35 anni, è uno scrittore pesantemente left oriented, consulente di minimux fax e di Laterza, collaboratore del Manifesto e di Liberazione, uno che non ha mai perdonato nulla a Berlusconi, al berlusconismo, a questo governo e ai suoi ministri, uno che ha sempre denunciato «la marcescenza dell’incultura destrosa che ha contagiato la nostra società», come ha scritto di recente sul blog di minimum fax. Da questo punto di vista un intellettuale di sinistra al di sopra di ogni sospetto. Ma che, proprio per questo, rende “sospetto” il pezzo firmato sul «Domenicale» del Sole24Ore.
Raimo infatti accusa la difficoltà - da parte sua personale e da parte della sua generazione under 40 - nel trovare uno «spazio pubblico» che sappia ospitare e alimentare il dibattito politico-intellettuale; si chiede se «è possibile pensare di ricostruire una piccola civiltà culturale e contrastare la diffusa convinzione che tutto quello che si fa è ininfluente»; lamenta la sconfortante esperienza del «vuoto» che accomuna cittadini e intellettuali come lui, parla di «deserto», immobilismo, mancanza di riconoscimento (a sinistra), e si chiede se è così impossibile dare forma a un vero confronto culturale che «non avvenga, come al solito, all’interno di nicchie compiaciute e autoconsolatorie».
Da un parte Raimo si dice stufo di sentire scrittori (di sinistra) lamentarsi perché non si riconoscono in un partito, che scrivono controvoglia o soltanto per soldi su giornali di cui non condividono il progetto editoriale («figuriamoci la linea culturale»), che si rifugiano nei blog «come forma minima di resistenza»; e dall’altra si stupisce di trovare sul Sole24Ore articoli di gente culturalmente e politicamente a lui «affine» come Lagioia, Pacifico, De Majo, Ricuperati, Pedullà, Luzzatto.
Insomma, Raimo pur senza fare nomi dice questo: è mai possibile che noi «giovani» intellettuali di sinistra non riusciamo a trovare spazi, sensibilità, collaborazioni, condivisioni di linee e progetti dentro questa Sinistra? È mai possibile che noi «giovani» intellettuali di sinistra non possiamo dire la nostra su Repubblica, sul manifesto, chessò sul Riformista o su qualsiasi altro foglio di «opposizione» e di «resistenza»? È mai possibile che per dire certe cose e fare certi discorsi, noi «operai del pensiero», dobbiamo aspettare che ci ospiti il Sole24ore, la Confindustria, il «Padrone»? Ma cosa c’è a Sinistra? Il deserto?
Non solo. Leggendo il pezzo di Raimo vengono in mente critiche simili alla Sinistra “ufficiale” da parte di molti altri intellettuali «impegnati», e non solo under 40: il disagio di Francesco Piccolo, che all’Unità sembra stare sempre più stretto; tante posizioni «irregolari» dello stesso Tiziano Scarpa; la scelta di Paolo Nori di scrivere anche su giornali di destra (perché certe cose a sinistra non gliele pubblicano?); il j’accuse di Antonio Pennacchi contro Feltrinelli e la sinistra radical che lo ha «costretto» a dare il suo libro alla Mondadori; il malessere di Antonio Moresco a cui questa destra fa schifo ma certo anche la sinistra... eccetera eccetera.
Non so. È una sensazione strana, da parte nostra. Forse è la dimostrazione che «la banalità e l’omologazione culturale» - come Christian Raimo titolò un altro suo vecchio pezzo su Liberazione - non è solo una problema della destra. Forse è persino l’ammissione del settarismo e della supponenza della sinistra.