Intellettuali per due stagioni

Fa discutere il saggio della Serri sugli uomini di cultura che «vissero due volte»

«La venalità delle penne è uno dei più tristi fenomeni dell’epoca nostra, e nasce appunto dal tradimento di quegli intellettuali, i quali disertano il campo dell’onore, il campo dei soldati, e si mettono al servizio dei trafficanti, dei venditori d’opinione». Misi questa frase di Giuseppe Bottai (marzo 1943) come prima epigrafe del capitolo su Primato nella mia tesi di laurea su di lui, più di trent’anni fa. La seconda era invece di Francesco Flora, che la scrisse un mese dopo la caduta del regime, il 26 agosto 1943, sul Corriere della Sera: «La servitù di un letterato è sempre volontaria, anche quando è passiva. Perciò nessuna scusa può essere veramente riconosciuta a chi macchia quella dignità, che è essenziale alla natura sacra della parola».
Ero un ragazzino allora, stupito che tanto si parlasse e si scrivesse (solo male) del fascismo, senza che mai nessuno si occupasse di quel Bottai che a me sembrava la figura più interessante, se non la più importante e nuova, del fascismo. Certo, speravo che quel mio lavoro - poi diventato un libro - smuovesse le acque. Ma non potevo immaginare che il processo sarebbe stato così lungo (lento) e profondo, tanto che l’argomento culturale più dibattuto di questo settembre del 2005 riguarda proprio Bottai, Primato e gli intellettuali che vi collaborarono.
A provocare quel silenzio colpevole quanto interessato fu, anche, proprio il silenzio di quegli intellettuali, gran parte dei quali decisi a nascondere di avere scritto dal 1940 al 1943 - durante la guerra e dopo le leggi razziali - sulla rivista del maggiore organizzatore di cultura del regime: uomo coltissimo, aperto e per molti versi liberale, ma pur sempre ex squadrista, gerarca e ministro. A loro Mirella Serri ha dedicato un volume, bello e importante, che è appunto l’oggetto del dibattito: I Redenti. Gli intellettuali che vissero due volte (Corbaccio, pagg. 372, euro 19,60). Vissero due volte perché, dopo un passato più o meno fascista culminato nella collaborazione a Primato, molti diventarono intellettuali comunisti, vezzeggiati e ben utilizzati dal Pci per instaurare quel quasi monopolio sulla cultura con il quale la sinistra ha condizionato tutta la recente storia d’Italia. Una lista parziale - da Nicola Abbagnano a Cesare Zavattini, passando per Renato Guttuso e Indro Montanelli - è pubblicata in questa pagina. Mirella Serri analizza e documenta bene come Palmiro Togliatti, per instaurare quell’egemonia del Pci, chiuse subito entrambi gli occhi sul loro passato, a differenza degli altri partiti che volevano una specie di quarantena. È più difficile valutare le motivazioni dei singoli, diverse secondo la coscienza e la storia di ognuno.
Per i più sembra valere, genericamente, la tesi della «dissimulazione onesta», fatta propria da Carlo Muscetta riprendendo l’espressione seicentesca di Torquato Accetto: sintesi perfetta e giustificatoria del principale e secolare vizio della cultura italiana. Accetto scrisse una vera e propria guida alla furbizia, dove astutamente sostiene che le volpi sono più pericolose dei lupi e dei leoni, e che per ingannarle conviene «tener aparenza di sciocco». Ovvero: se sei furbo fingi di essere sciocco. Un’esistenza schizofrenica, d’inferno, che gli italiani hanno sempre vissuto come fosse normale, rovinandosi vita e cervello fra l’arte di apparire altro e il mestiere di continuare in qualche modo a essere se stessi.
È l’eterno problema del compromesso, che nei casi peggiori è soprattutto difesa del proprio interesse e nei migliori un tentativo di affermare le proprie idee in situazioni difficili e ostili. Anche Bottai dovette accettare, per più di vent’anni, errori e contraddizioni del regime per continuare a essere fascista e indirizzarlo verso la propria visione di uno Stato totalitario ma dove fosse possibile la circolazione delle idee. Non riteneva dovessero essere posti limiti e vincoli al lavoro culturale ma, come uomo di governo, ne aveva una concezione verticista e statuale: trasmessa da pochi intellettuali allo Stato, la cultura doveva essere ridistribuita, dopo una elaborazione politica, al popolo.
Fu onesto e affatto dissimulatore sia esprimendo queste idee ai futuri collaboratori, sia nell’editoriale di apertura di Primato, del 1º marzo 1940, «Il coraggio della concordia». Chiedeva quanto mai chiaramente di «rendere concreto ed efficace il rapporto tra arte e politica, tra arte e vita, \ lavorando nel nome e nell’interesse della Patria». Che questo rapporto si dovesse risolvere - nelle intenzioni di Bottai - in vantaggi non solo per la cultura, ma anche per la cultura fascista e il fascismo, non poteva sfuggire a nessuno. Bottai permise a tutti i letterati e artisti che collaborarono a Primato di esprimersi con una libertà non concessa nel regime, facendo loro da scudo con il proprio nome. Tanto da pubblicare - siamo nel gennaio del 1941 - un articolo di Giaime Pintor passato alla storia come uno dei più coraggiosi attacchi al nazismo dominante, il «Commento a un soldato tedesco»: «Finché il successo accompagnerà le grige armate del Reich, e sulle città conquistate sventolerà la bandiera bianca e rossa, non vi sarà posto in Europa per altri uomini e per un’idea contrastante». Il potentissimo ministro degli Esteri Galeazzo Ciano definiva sul proprio diario «molto ambigui gli intellettuali di second’ordine e scontenti», protetti da Bottai anche facendo liberare dal carcere Mario Alicata, ma non fece nulla per fermarlo.
La teoria prevalente nel dopoguerra, fino all’avvento del “famigerato” revisionismo, si basa sul principio che Bottai facesse un doppio gioco. Ruggero Zangrandi sostenne addirittura l’assurda tesi per cui il ministro intendeva, nel quadro dello «scatenamento della rivalità dei gerarchi e del più o meno prossimo - e preventivabile - colpo di stato», crearsi una base per la successione che poggiasse sul mondo della cultura e particolarmente fra gli antifascisti. Per Enzo Santarelli, Bottai cercò di tenere legati al fascismo i giovani intellettuali che se ne stavano allontanando, e per Valentino Gerratana molti di loro furono rincuorati dai messaggi di fronda lanciati attraverso la rivista e non poterono rafforzarsi nell’antifascismo.
Tutte queste interpretazioni si basano sul presupposto di un’intenzione subdola da parte di Bottai, ma sono ormai liquidate - per quel che lo riguarda - dalla revisione degli studi storici. E anche valutando le motivazioni caso per caso, Gadda, Salvatorelli, Spini, Pintor, Paci, Alicata, Pratolini, Guttuso, Gatto e gli altri non ignoravano di certo che, scrivendo su Primato, davano maggiore dignità culturale al fascismo e assecondavano il piano di Bottai, che voleva formare una nuova classe dirigente, critica ma pur sempre fascista. C’è ora da capire quanti e come «furono dissimulatori onesti» anche nel dopoguerra: quanto e come si resero conto che - dopo avere dato un sostegno al fascismo con il loro lavoro - continuarono a sostenere un’altra, soffocante, egemonia culturale.