Intellettuali fedeli ma non allineati

Le biografie di De Mattei e Coppola ripropongono il tema del difficile rapporto tra fascismo e uomini di cultura

Tra i «libri perduti» del nostro catalogo editoriale, c’è quello che Curzio Malaparte dedicava nel 1923, con il titolo Battaglia tra due vittorie, al «ragguaglio sullo stato degli intellettuali rispetto al fascismo». Non è una lettura amena, d’accordo, ma è certo un contributo utile per chi voglia capire le ragioni del massiccio afflusso di giornalisti, letterati, artisti nelle file del Pnf. Attenzione, però. Gli intellettuali, di cui Malaparte parlava, erano soltanto una minoranza, composta da coloro che passarono senza soluzioni di continuità dalla cultura avanguardista del principio del secolo, dall’esperienza bruciante della Grande Guerra all’adesione al verbo mussoliniano.
Da quel numero restavano invece esclusi tutti gli altri, il cui tragitto dalla cattedra universitaria alla camicia nera si fondava sulla convinzione che l’anomalia italiana dovesse essere corretta dall’avvento di una soluzione autoritaria, ma limitata negli effetti e nel tempo. Di qui, la peculiare caratteristica della loro adesione, quasi sempre venata di un diritto al brontolio, che lo stesso regime autorizzava. Dato, questo, che spiega molto bene, se si eccettua il più ristretto nucleo dei Mussolini’s Intellectuals, il rapido sgretolarsi di quel consenso. Già a partire dal disastro di El Alamein, quando, come lo stesso Duce del fascismo osservava, in una raccolta di pezzi giornalistici pubblicata nel 1944, molti chierici decisero di abbandonare l’«uomo del destino» alla sua sorte.
La comparsa di due volumi recenti ci permette di rintracciare alcuni casi esemplari di questo itinerario. Il primo, redatto da Luciano Russi, Il passato del presente. Rodolfo De Mattei e la storia delle dottrine politiche in Italia (Edizioni Scientifiche Abruzzesi), è dedicato ad un’intellettuale di grande spessore, che introdusse nei nostri atenei lo studio della scienza politica come disciplina autonoma dalle tradizionali discipline storiche e filosofiche, approfondendo con larghissima autonomia la lezione di Croce e di Gentile. Ma non è qui del De Mattei studioso, che si vuole parlare, quanto dell’intellettuale politico. Della sua adesione al sistema di potere del Ventennio, che trovava un’articolata giustificazione nel volume Il problema della democrazia dopo l’Unità, del 1934, dove si metteva in luce il deteriorarsi dell’organismo politico italiano dell’età liberale. Se dai contenuti di quello studio l’avvento di Mussolini risultava una scelta obbligata, che l’Italia aveva dovuto imboccare pena il suo dissolvimento, De Mattei fu pure tutt’altro che un fascista coscienzioso.
Intellettuale critico, e a volte fortemente critico per alcune scelte del regime, come la politica antisemita, De Mattei percepì con lucidità l’approssimarsi della catastrofe già nel 1940. Anno in cui il popolo italiano, alleato «ad oltremontani secolarmente detestati» contro «popoli di gentile sentire», entrava in una guerra il cui unico obiettivo era servire «una classe politica già avulsa ed espulsa dalla viva e genuina nazione». E se De Mattei accolse con entusiasmo il discorso del Campidoglio di Giovanni Gentile del giugno 1943, scrivendo al suo autore di aver ritrovato in quell’appello «la voce di un Maestro di vita, e di vita italiana», pure non seguì il filosofo nell’avventura di Salò, ritornando senza clamori ma anche senza vergognosi voltafaccia al silenzio degli studi.
Diversa da quella di De Mattei è la vita politica di un altro esponente della cultura, delineata nel libro di Andrea Jelardi Goffredo Coppola. Un intellettuale del fascismo fucilato a Dongo (Mursia). E diversa soprattutto la qualità dell’assenso al regime di quest’ultimo studioso. Se De Mattei seppelliva nel ridicolo la pretesa di cercare precursori del fascismo in Dante, Machiavelli e in Giovanni dalle Bande Nere, il filologo classico Goffredo Coppola bruciò volentieri qualche inopportuno granello d’incenso per celebrare la continuità storica tra Cesare Augusto e Mussolini, tra la prima e la «Terza Roma». Erano peccati veniali, che molti commisero, e che Coppola ripagò con una estrema lealtà verso la dittatura, accettando, durante il governo della Rsi, la carica di rettore dell’ateneo di Bologna e quella di presidente dell’Istituto fascista di cultura.
Indiscutibilmente si trattò di un atto di coraggio. In quegli anni terribili, mentre parecchi intellettuali fascisti cadevano sotto il piombo dei Gap, mescolando «inchiostro al sangue», come avrebbe detto Ermanno Amicucci, storico e cronista degli ultimi «600 giorni di Mussolini», il numero dei fedelissimi scemava vertiginosamente, tanto da rendere impossibile il funzionamento di quelle istituzioni culturali che l’ultimo fascismo aveva tentato di mantenere in piedi. L’Accademia d’Italia cessava praticamente la sua attività alla fine del 1944. In quegli stessi mesi, molte grandi firme si dileguavano dalle pagine, solo poco prima ambite, del Corriere della Sera.
Pochissimi infatti restarono al loro posto. Ma se Gentile aveva rifiutato di dare il calcio dell’asino al regime morente, per intraprendere una generosa quanto irrealizzabile opera di conciliazione tra le parti in lotta, Coppola si specializzava - particolare che la biografia di Jelardi omette - in pubbliche denunzie radiofoniche contro gli uomini di cultura che al di là e al di qua della linea Gotica avevano tradito. Una morte violenta colse entrambi, pareggiando biografie tanto diverse. Coppola veniva fucilato sulla strada di Dongo, insieme agli altri gerarchi in fuga, il 28 aprile del 1945. Il giorno dopo, il suo corpo sarebbe stato esposto agli insulti della folla nella «macelleria messicana» di Piazzale Loreto.
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