INTELLETTUALI TIFOSI Con la testa... nel pallone

I cervelli milanesi confessano la loro «volgare» passione

Francesca Amé

«Lo guarderò comodamente in tivù: quest'anno attendo il derby senza alcun entusiasmo e con la malinconia dei tempi andati». Stefano Zecchi, filosofo, già assessore alla Cultura di Milano, non ha mai fatto mistero della sua fede rossonera, ma stasera non andrà allo stadio a guardarsi il match in salsa meneghina: «Sarà dura, e spero che passi presto», commenta. «La squadra del cuore non la cambi nemmeno se si prostituisce: ci sono delle cose che s'interrompono, l'amore per il calcio no. Parlarne è come parlare della vita: ancora ricordo l'odio per Rivera e per il Milan di Sacchi: più erano bravi e più li odiavo...». È Luca Doninelli, interista doc, a dirlo. Lui, che sostiene di aver «battezzato» interisti i figli quando ancora erano nella pancia della moglie, attende con ansia il derby e incrocia le dita: «Siamo in vantaggio, ma alla squadra manca un po' di personalità». Dopo tanti anni, non c'è Facchetti: «È stato il condottiero per eccellenza: se sono interista è perché ero un suo tifoso. Rappresentava tutto quello che da bambino sognavo di diventare»
Che tra gli intellettuali e il calcio corra buon sangue non è un fatto recente: fiumi di inchiostro sono stati scritti sulla fenomenologia del tifoso (uno su tutti: «Febbre a Novanta» di Nick Hornby, scrittore inglese strappato alla curva dell'Arsenal) e persino Albert Camus - che pare si fosse cimentato nel ruolo di portiere di una squadretta algerina - disse: «Tutto quello che ho imparato sulla vita l'ho saputo dal calcio». Anche all'ombra della Madonnina non sono mancati scrittori con il pallino del gioco a undici: in molti ricordano la passione nerazzurra del poeta Giovanni Raboni, scomparso due anni fa, e del grande Vittorio Sereni che all'antagonismo tra Inter e Juve («le zebre venute di Piemonte») dedicò una poesia. Non sono i soli: Maurizio Cucchi, poeta milanese della scuderia Mondadori, si è divertito a mettere in versi il suo amore per la squadra di Moratti e oggi confessa che guarderà il derby a casa, sicuro che «stavolta si vince». Gianni Biondillo, il «giallista di Quartoggiaro», pur dichiarandosi «juventino agnostico», spera che l'Inter «possa vincere sul campo». «Lo auguro di cuore anche al presidente Moratti che ha speso tanti soldi e che mi è sempre parso, passatemi il termine, un po' sfigato». Non simpatizzerà per nessuno dei due schieramenti il poeta Mario Santagostini, milanese ma juventino doc: «Guarderò il derby sentendomi in castigo, ma con la coscienza pulita - spiega -. Lo farò sine ira ac studio». Diversa l'atmosfera a casa Zecchi, dove si ricorda la prima volta a San Siro - lui, bambino, in compagnia del papà, in gita da Venezia - e poi le tante domeniche passate allo stadio, come quella volta di Milan contro Carrarese: «Giocavamo in B e a San Siro nevicava, io seguii il match seduto sul ghiaccio: il lunedì avevo la febbre. Ricordi a parte, l'atmosfera allo stadio non è cambiata di molto: certo, alcune scomodità oggi le avverto molto più di allora».
Maurizio Cucchi deplora invece il tifo organizzato («colpevole di molte manifestazioni di inciviltà») e lo show-business che ha trasformato il calcio da «sport dove 22 ragazzi giocano alla palla» in spettacolo serale in cui contano le esigenze televisive e gli ingaggi, con buon pace per il fair play. Interista come suo padre, Cucchi giudica il calcio una forma di «consapevole alienazione»: «È un bel divertimento e una necessaria distrazione. Ne amo l'imprevedibilità: accanto all'abilità necessaria per giocare, c'è un aspetto di casualità per certi versi simile nel bene e nel male alla nostra esistenza». Ma perché è questo il gioco più bello del mondo? «Perché si fa con i piedi - risponde Doninelli - e non si ha mai un controllo totale di quanto accade. Se il basket e il tennis sono paragonabili a un saggio, una partita di calcio è come un romanzo. Imponderabile».