Inter campione, alla faccia di tutti

Terzo scudetto di fila per i nerazzurri (<strong><a href="/media.pic1?ID=527">guarda le foto</a></strong>). Decisiva la doppietta del <strong><a href="/a.pic1?ID=262592">&quot;mago&quot; Ibrahimovic</a></strong>: &quot;Voi parlate, io gioco&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=262655">La festa silenziosa di Mancini</a></strong>. Lo sfogo di Moratti: <strong><a href="/a.pic1?ID=262591">&quot;Tutta Italia era contro&quot;</a></strong>. La Roma ci crede per un'ora, poi rosica: <strong><a href="/a.pic1?ID=262660">&quot;Scudetto falsato&quot;</a></strong>

Milano - Eccola di nuovo. Non senti più il respiro. È una paralisi dell’anima. Non ricordi neppure più quando è successo, forse con il Liverpool. Ti assale quel senso di impotenza, ineluttabile, che ti frulla lo stomaco. Loro, lì in campo, cominciano a sbagliare con quella fatalità da tragedia greca. Come al solito sembra tutto già scritto. I minuti intanto passano e sai che quando mancherà un quarto d’ora alla fine loro andranno completamente in tilt. È una lunga storia. Ricordi quella gita scolastica in seconda media, il buio della sera, seduto nei sedili di mezzo, mentre i tuoi compagni in ultima fila ridono con le ragazze più carine. Tu senti solo la voce rauca di Ciotti e Santillana che le prende tutte di testa e le butta dentro. Il Santiago Bernabeu era il regno assoluto di quell’impotenza genetica. È successo altre volte. La più nera, vabbè, non serve neppure dirlo, è quel maledetto pomeriggio manzoniano. Simeone, con la maglia della Lazio, vede arrivare un cross dalla destra, incassa la testa e cerca di diventare il più piccolo possibile. Il risultato è che la palla prende un effetto balordo e finisce in rete. Lui quasi si dispera. Cosa fai quando perfino i tuoi avversari vogliono perdere e vincono? Nulla. È questo che pensi in una giornata come questa. Lo pensi per tutto il primo tempo. Vedi Balotelli che corre e sbatte contro un muro. Vedi Fernando Couto, che era in campo anche quel 5 maggio, con lo stesso ghigno. Vedi la Roma che va in gol e il Catania che sembra l’Inter in maglia rosso e blu. E ti chiedi a cosa sta pensando Zenga.

Questi incroci hanno sempre qualcosa di magico. È come se qualcuno, in alto, si diverta a buttare giù sceneggiature esagerate. L’ombra di Cuper, evocata e poi smentita. Questo giocarsi come sempre tutto in una botta sola. L’angoscia che ti segue anche quando pensavi di aver chiuso i giochi mesi fa. Il cinismo dei bookmakers. Il destino dello scudetto che, in qualche modo, torna nelle mani del portierone di viale Ungheria. L’uomo ragno che dopo aver girovagato sulle tracce degli zingari si accampa sotto l’Etna come ultima speme neroazzurra. Se tutto va male qui a Parma, magari Zenga ci mette una mano. Non servirà. Quando vedi Ibra riscaldarsi sai che il genio è un naso spavaldo. Non guarda in faccia a nessuno. Questo non è solo uno scudetto. È un calcio al mondo. È la vittoria che riscrive la storia. Questo scudetto ne vale tre. È lo scudetto di cartone che diventa d’oro. È quello senza la Juve che ti batte in petto. È gridare in faccia a Moggi, a De Rossi, alle frecciatine andreottiane di Totti, ai milanisti di terra e di mare, ai gobbi mai visti così invidiosi, a Cannavaro e Buffon, ai sorrisi senesi di una settimana fa, che questa volta il finale non è triste e solitario.

Questa volta l’Inter vince e non c’è sfiga che tenga. Questa volta vale cento anni di storia, ci toglie dalle spalle il sigillo della maledizione. Questa volta la papera di Sarti a Mantova, la sconfitta tre giorni prima con il Celtic, i derby ignobili, il Valencia e il Villarreal, i decenni di digiuno, i romanzi di Nick Hornby che ci facevano sentire fratelli di sventura dell’Arsenal e persino quel maledetto pomeriggio manzoniano cambiano colore. Sono le fatiche di un eroe. Il sale che rende immortale l’epica. È la rivincita di Don Chisciotte. E a questo punto dite pure che siamo antipatici. Chi se ne frega. Ibra è un urlo improvviso. Ecco la novità. Quel senso nauseabondo di impotenza se ne è andato via, per sempre. L’Inter è uno zingaro felice. Non si piange addosso. Neppure quando piove. È rabbia e attributi. Non è più il genio tisico di Chopin. Non è un notturno melanconico.

È la forza del destino. È Beethoven. E anche il Catania comincia a spadacciare la Roma con colpi di fendente e fioretto, resiste solo il portiere, Doni. Traverse, palle che spiovono e baciano il sette, lì sotto l’incrocio dei pali. La squadra di Zenga non merita la retrocessione. Vada giù il Parma. Dove Ibra tocca ancora. Dove è risorto Stankovic. Dove Maicon fende la fascia destra. Dove l’Inter è qualcosa più di un sogno. È terra, fatica e muscoli. E un finale bastardo. Dicono che c’è un poliziotto ferito, colpito alla milza da una bottiglietta d’acqua. Questi sono gli ultrà più idioti del mondo. Svaccano sempre tutto. Il gatto nero sono solo loro...