Inter, come complicarsi la vita e fare infuriare Moratti

nostro inviato a Verona

Massimo Moratti più di mezz'ora nello spogliatoio a farsi sentire, squadra in religioso silenzio mentre il presidente canta, poi pallido in volto, all'uscita fa: «Due volte in vantaggio... peccato il secondo gol... era importante vedere l'Inter senza Ibrahimovic e Balotelli mi è piaciuto, lui è un fuoriclasse». Dire che era rammaricato è un inglesismo, e quella curiosità di vedere un'Inter senza Ibra la dice lunga. I campioni d'Italia mancano il loro primo match point quando sembrava ormai fatta, prendere il pari dall'ex Luciano poi è quasi una beffa. Mourinho ripete i medesimi concetti del suo presidente: «Senza Ibrahimovic la squadra ha fatto due reti fuori casa e quelle due reti dovevano bastare».
Non ci sono colpevoli veri, solo presunti, Marcolini aveva tirato a rete anche prima, qualcuno non ha scalato, qualcun altro è rimasto pietrificato, uno in particolare ha impiegato un quarto d'ora a capire cosa doveva fare ed è arrivato in ritardo sulla palla nell'unica occasione seria del Chievo.
Moratti era talmente inverso che ha giurato che Milan-Juve non aveva alcun significato, si è sentito tradito dalla sua squadra a un passo dall'arrivo perché vincere qui significava tantissimo e il presidente ne ha passate di situazioni simili, qualcuna è finita bene, qualcun'altra no, nel dubbio gli sarebbe piaciuto tornare a Milano con i tre punti. Era talmente euforico che al Bentegodi c'era arrivato in grande anticipo guidando personalmente l'automobile. Un presidente in grandissima forma, ridimensionato perfino nell'aspetto al termine della gara, tirato dalla giacca da tutti concede poco ma basta per capire che aria tirava nello spogliatoio. In realtà tutta l'Inter ha capito che nei finali di campionato può sempre succedere di tutto e prima si chiude e meglio è. La squadra ha avuto un paio di cali fisici evidenti e in entrambe le occasioni ha preso il gol. La prima rete di Marcolini, sinistro da fuori area, è una situazione che si è ripetuta senza che nessuno ne abbia fatto tesoro. La seconda di Luciano, a un quarto d'ora dalla fine, trova complici i due esterni difensivi, Burdisso risucchiato in mezzo costringe Zanetti a tentare un inutile contrasto che consente il centro di Mantovani, palla dall'altra parte con Maxwell che in parte scivola ma in realtà non è aiutato da nessuno perché Luciano non sbuca dal nulla, è lì solo e tranquillo tanto che sfodera un piattone che in diagonale taglia fuori tutti, Julio Cesar compreso.
Il Chievo è questo, non fa nent'altro, Pellissier e Bogdani non entrano mai in area. L'Inter ha giocato col passo della prima in classifica a maggio con sette punti di vantaggio, ogni volta che forzava e scendeva creava un pericolo, ma è sgonfia, Mourinho dice che è stanca come lo sono tutte le altre e il presidente è preoccupato, questa è una canzone che ha già sentito. Ma Josè e i giocatori volevano vincerla, l'ingresso di Burdisso tre minuti dopo la rete di Balotelli non era una mossa per chiudersi ma per liberare Zanetti in mezzo e alzare il baricentro della squadra. L'Inter ha avuto cinque palle gol, ha segnato due volte e colpito un palo. Un paio di azioni sono state eccellenti per progettualità e costruzione, la prima ha portato al gol Crespo dopo appena quattro minuti dando la sensazione di assistere a una specie di marcia trionfale. Anche la seconda ha preso avvio ad inizio ripresa e ha visto coinvolta mezza squadra fino alla doppia respinta della difesa del Chievo su conclusioni di Cambiasso e Balotelli.
A tratti supponente, a tratti umile, a tratti ingenua, a tratti esagerata nella sua superiorità, l'Inter rischia di vincere questo scudetto senza aver trovato la maturità necessaria per mettere tutta la critica a tacere. Lo ha capito anche Moratti che davanti a una squadra con 42 punti in meno in classifica sperava proprio di passare un pomeriggio tranquillo. E per la notte più serena deve perfino ringraziare la Juve.