Inter, festa scudetto Ibra fa tutto da solo

Lo svedese litiga con Balotelli, chiede il cambio, se la prende con l'allenatore. Poi segna. <strong><a href="/a.pic1?ID=351966">Mourinho lo difende</a></strong>. Nerazzurri<strong> <a href="/a.pic1?ID=351967">al settimo cielo</a></strong>

Milano - Tutti prima o poi dobbiamo fare i conti con la nostra solitudine. Quanto a Ibrahimovic, il presidente è stato chiaro: «Il suo futuro? Non lo posso sapere, ma penso che rimanga. E poi il fatto stesso che l'anno prossimo voglia vincere tutto e lo voglia vincere qui penso sia bene augurante». Chiaro? No, non è chiaro affatto.
Anzi se il presidente dell'Inter dice che certe cose non le può sapere, pensa e spera, allora significa che chiunque degli ottantamila di ieri sera era autorizzato a scegliersi la rampa da cui lanciarsi. Il fatto è che la solitudine dello Zlatan va avanti da un po'.

Ieri sera a quaranta dall'inizio sono entrati i tre portieri, ovazione, dopo sette minuti il resto, seconda ovazione. Lo Zlatan guardingo, non sa se fidarsi, evita lo sguardo verso la curva, applaude ma è un battimani generico, né carne né pesce, roba da analisi. La gente pensa: ma 'sto Zlatan cosa fa, resta o va? Poi inizia la partita. Mezzo secondo dopo il fischio lo Zlatan è già lì solo come un chiodo di garofano, quel furbastro di Mourinho dice che davanti gioca a tre, ma non è vero, è solo propaganda. La gente non si dà pace, scruta ogni mossa dello Zlatan per leggerci un segnale che metta pace e la curva intuisce che è il momento di sciogliersi, all'undicesimo parte il coro Ibra-Ibra, lo svedese è preso in contropiede come quando Figo gliela mette venti metri dopo o venti metri prima, è uguale. Lo stadio guarda lo Zlatan, lui alza il braccio, è fatta? No, l'interista è uno che non molla, l'ansia se la porta dietro: non ha salutato la curva, ha alzato il braccio per chiamare la palla.

Non è la partita nella partita, è una catarsi che consuma la festa, ma lo Zlatan mentre è lì solo a cosa pensa? E a chi pensa? A Messi? Ma c'è qualcosa fra loro? Certo che trascorrere la festa scudetto fra Brandao e Portanova non metterebbe di buon umore neppure un miracolato. Eppure deve esserci una soluzione, lo Zlatan fa un tunnel e un dribbling inutili e viene giù lo stadio, mezzo minuto dopo fa una finta e San Siro trattiene il fiato. Al 21' calcia in porta, primo tiro dei campioni, e Curci di piede mette in angolo. Boato. Lo Zlatan poi c'ha ancora un obiettivo, Di Vaio 23, lui 21, non sarebbe il momento di contraccambiare?

Invece niente, gli unici momenti belli su calcio d'angolo. Allo Zlatan i calci d'angolo piacciono da bestia, si vede arrivare tutti gli amici attorno, è come essere al parco, tutti che saltano, vogliono la palla, urlano, insomma è un bel momento di aggregazione. E poi non è che lui faccia troppo il difficile, se il calcio d'angolo è contro, lui ripiega, e come ripiega lui, non ripiega nessuno. Il fatto è che il tempo scorre e tutto resta come prima, lui manda signorilmente a quel paese Cambiasso che gliel'ha messa direttamente fra le braccia di Curci, poi serve Stankovic su un vassoio, insomma il solito tram tram di una normale serata da scudetto, con la gente che non guarda tanto non serve, è la festa. Lui invece vorrebbe accorciare, insomma Di Vaio 23 e lui 21 non gli sta bene. E così prima segna Cambiasso, poi Balotelli che, sfacciato e egoista, neanche gli passa la palla, e lo Zlatan resta lì a guardare. Pensare che era tutto solo. Del resto è tutta la sera che è lì tutto solo. Allora basta, alza il braccio e chiede di uscire: José cosa ci faccio qui solo come un chiodo?

José dirà che gli ha preso la paura che lo Zlatan gli uscisse dal campo e se ne andasse sotto la doccia. Tutto da solo. Adesso vuoi vedere che finita la partita lo Zlatan le canta a tutti? Presidente, allenatore, compagni, tifosi, è stato bello, adesso però vado a vivere solo da un'altra parte. La gente lo chiama: Zlatan, Zlatan, la Champions... Lui fa: ma quale Champions, qui ci vuole un salto di qualità, altro che Champions...

Gli amici se ne accorgono e gli organizzano un paio di corner, uno di qui e l'altro di là. Capirai. Lui si fa il campo, che giocatore. Gliel'hanno detto tutti che lui si che fa la differenza, che il campionato è mezzo suo e mezzo di tutti gli altri messi assieme. Sì, va be’, ma un segno che lo faccia capire? Eccolo: a metà circa del secondo tempo c’è Figo che lo lancia, lui è solo e sta andando come il vento, basta poco, basta darci un calcio a quel pallone e lo Zlatan si troverebbe davanti alla porta, roba sua. Ma occorre fare i conti con quella vecchia reliquia di Luis che la mette di giustezza sull'unico senese nei paraggi. La malinconia dello Zlatan a quel punto raggiunge l'apice, il nostro si lascia andare, prima si inginocchia, poi allarga le braccia e fa partire un sorriso. Ma non è ironico, no, è un sorriso largo, vero, è lo Zlatan che chiede allo stadio di capire questi suoi dieci mesi fra un Brandao e un Portanova di turno, una vita d'inferno.

I minuti volano, Di Vaio 23, lui 21, poi arriva Amantino, uno che in una stagione l'ha indovinata ad Atene e poi è stato risucchiato dalla morte nera. Ebbene proprio Amantino dà la palla arriva allo Zlatan a un quarto dalla fine, lui la lavora, sinistro fra le gambe di Curci: Di Vaio 23, Zlatan 22. Per altre due giornate la solitudine dello Zlatan continua di sicuro, anche perché alla fine lui scherza («Se Mario non segnava lo ammazzavo...»), ma poi si fa serio: «Il futuro? Non sono certo l’uomo che resta nello stesso club tutta la vita. il calcio non dà garanzie». Poi però magari finisce. La solitudine.