Inter in fuga senza tridente: ecco lo schema dieci più Ibra

José ha dato due giorni a tutti, poi ha fatto un salto a Londra a guardarsi lo United battere il West Ham con una rete di Ryan Giggs, domani rivede un pezzo di squadra, giovedì anche i dieci convocati nelle nazionali e inizia a giocarsi il derby.
Tempi da ribattuta.
Dirà ancora: «Il derby? Una partita come un’altra».
José ama farsi beffa degli altri, ma quello che gli gira in testa non è più un mistero, per esempio ormai hanno capito quasi tutti che il tridente era solo un depistaggio, a José piace vincere facile: dietro l’esercito, davanti Ibra.
Per non passare per difensivista ci è dovuto arrivare per una strada tortuosa e in tanti ci sono cascati. All’inizio erano Figo, Ibra e Mancini, finale di Supercoppa e prima di campionato con la Samp, poi varianti sul tema con Balotelli e Quaresma, all’esordio in Champions due esterni veri, 2-0 al Panathinaikos e illusione che l’obiettivo fosse proprio metterne tre davanti. Il 4 ottobre con il Bologna addirittura quattro, Mancini, Adriano, Quaresma e Ibra dal primo minuto. Gara tenebrosa, Arrigoni mette paura ai campioni, ma poi l’Inter va all’Olimpico e asfalta la Roma con Quaresma, Ibra e Obinna. Arriva il Genoa e lì davanti sembrano proprio in tre, infatti per spiegare il modulo dell’Inter i numeri dicono 4-3-3, ma ormai siamo all’epilogo, il 29 ottobre a Firenze, José cambia e non tornerà più indietro ad eccezione della gara con l’Udinese quando Cruz risolve al 92’ e si rende conto che il rischio che sta correndo è altissimo. Con la Fiorentina l’Inter mostra il suo vero volto, diventa un 4-2-3-1, e cioè un gruppo di maestranze di alta qualità dietro a Ibra.
Decifrare la posizione in campo dei nerazzurri a questo punto inizia a diventare un sudoku che prende tutti, con Reggina e Anorthosis qualcuno parla di 4-2-4, con il Palermo è 4-3-1-2, variante sofisticata del 4-4-2 che sta prendendo il sopravvento, il rombo per intenderci. In realtà la notizia è che le tre punte sono definitivamente tramontate con la cementificazione di Quaresma e Mancini, e se per qualcuno è il fallimento del progetto iniziale, per José è in realtà il trionfo della tirannia attuale. Lui fa: «State qui a guardare i moduli, a cercare di capire chi è in linea con chi, quante sono le punte. Io non parlo di moduli ma di modelli». Obiettivo raggiunto: confondere e non dare riferimenti, con una variante molto curiosa, le punte si sono assottigliate, adesso sono una, a Lecce solo Ibra.
C’erano proprio cascati in tanti.
Magari se Balotelli non faceva casino o con Adriano non esageravano con le tre giornate, il passaggio sarebbe stato meno traumatico, ma il modello è chiaro: Ibra davanti, dietro magari Adriano o Supermario con Stankovic o chi ne fa le veci, ma è questo il giro che paga e ha messo l’Inter a distanze siderali dal resto.
Nessuna illusione, José continuerà a spergiurare che il 4-3-3 è il punto d’arrivo della sua Inter, anche se in realtà si tradisce: «Sono arrivato in un campionato difficilissimo. Qui c’è grande organizzazione, altro che i 4-0 o i 5-1 che si vedono in Premier».
José si copre in campo e vince, finge di sorprendersi e in realtà denuncia le stranezze attorno alla squadra: «Non si parla del rigore su Ibra? Ah è vero, non si è parlato neppure del mani di Abate in area. Ce l’ho con Sky? Mannò, io la guardo sempre. Ah, poi Muntari fuori per rosso diretto e Adriano per tre giornate... molto strano. La simulazione di Ibra...?».
Capire José è meno complicato che fermare l’Inter, adesso lui si sente forte, si scopre perché si sente forte, molto forte.