Inter con i soliti vizi rischia a Livorno ma ritrova Adriano

Gli uomini di Mancini due volte in svantaggio pareggiano con una doppietta di Ibrahimovic. Manca solo il gol all’Imperatore in ripresa

Livorno - I versetti satanici di Fernando Orsi hanno paralizzato l’Inter dei buoni propositi. Cinquantuno secondi per rispiegare a questa squadra, da altra sponda, che il gioco difensivo è la stella cometa di ogni compagnia di successo. E non si può dormire sempre.

L’Inter e i suoi vizietti, con contorno di viziosi, continuano ad imperversare. Ad ogni peccato corrisponde punizione che la squadra non scampa mai.

Due pareggi in campionato, e la sconfitta in Champions, contemplano l’espiazione di colpe gravi e mancanze che rischiano di essere clamorose per un gruppo che, l’anno scorso, se la tirava pensando di essere una Ferrari.

Impossibile scattare al suono della campanella, serve sempre qualche minuto per sgranchirsi le gambe e sgomberare la mente dalle nebbie della sbadataggine. Ed ogni volta sono guai, dolori, affanni.

Inter che tradisce se stessa, prima di esser regolarmente trafitta dagli avversari. Eppoi sono sudate per riacciuffare la partita e il suo filo conduttore. Ieri nel caldo di Livorno, in uno stadio che ben spiega perché perfino l’Ucraina abbia soffiato all’Italia l’organizzazione degli europei, la gente di Mancini s’è fatta impallare dalla prima percussione di De Vezze, mica un Ronaldinho, che ha trovato strada sgombra nel mezzo di un museo delle cere nerazzurro (Cordoba sbaglia intervento, Zanetti Burdisso e Maicon sono in ritardo).

A quel punto è stata partita macchiata e segnata, difficile da riassettare. Impossibile intuire quello che sarebbe stato il tirar delle somme due ore dopo, ovvero un match che non si è negato niente: 4 reti, errori arbitrali in quantità industriale, due rigori assegnati, ma almeno altri tre consegnati al dubbio di una cecità arbitrale, una rete (poteva essere quella del successo) annullata ad Ibrahimovic per un fuorigioco di pochi centimetri.

Eppoi tensioni, la solita stupidaggine di Maicon (a Livorno fu espulso anche l’anno scorso), che ha scalciato Bogdani in un eccesso di foga, e danneggiato il finale da cuore in gola della squadra. Potrebbe saltare la partita con la Roma, come l’anno passato gli capitò con il Milan.

Festival di emozioni e disillusioni per l’Inter. Finalmente una buona novella per il Livorno. Mancini deve essere un amico vero per Fernando Orsi, che stava sulla panchina opposta e, forse, avrà intuito da certe facce che era giorno per fare il colpo.

L’Inter ha faticato a tener botta a centrocampo, soprattutto nel secondo tempo. Il gol del Livorno l’ha annichilita per pochi attimi. Poi hanno preso corpo lo straripante proporsi di Maicon e il gioco d’attacco gestito da un altalenante Ibrahimovic, ma pure dalla vena di Adriano, tornata finalmente lucida e fresca.

La prima parte della partita del brasiliano è stata la lieta novella nerazzurra: scarti e scatti, prontezza di tiro che l’ha portato due volte vicino al gol. L’Inter ha rischiato di farsi rovesciare da un fallo da rigore di Burdisso su Diamanti, il più pericoloso degli attaccanti avversari.

Poco dopo una spinta di Galante ad Adriano in area valeva un altro rigore. Tutto inutile, come quel memorabile mischione che ha trasformato il calcio in una sorta di rugby: Adriano prende il palo, tira Cambiasso, tira di nuovo Adriano e De Vezze tocca palla con un braccio, tira ancora Cesar, ma la difesa sembra un muro elastico con lo stellone che ha preso la parte dei più deboli.

Groviglio e carambole hanno fatto spettacolo. Poi una devastante incursione di Maicon ha permesso a Ibra il pari. Due falli ingenui, ma netti (Rezaei appena entrato e Jimenez appena svegliato), hanno permesso il botta e risposta su rigore.

Ma se, nel primo tempo, l’Inter aveva dato segnali incoraggianti, una ritrovata capacità di avvicinarsi al gol, nella ripresa errori e disattenzioni, ingenuità e un netto calo dei centrocampisti, l’hanno ricacciata nell’inferno dei dubbi e dei tormenti. E buon che Julio Cesar abbia salvato la pelle di tutti, cavando la gran parata davanti a Bogdani.

Morale della storia: forse l’Inter ha scoperto di avere uno dei portieri più forti del mondo, ma per ora l’unico suo centravanti dal piede d’oro è stato Iaquinta, che l’ha tenuta a tiro della Roma.