Inter, ora Zenga e Cuper decidono lo scudetto

Tragedia in casa nerazzurra: il 2-2 sul Siena nasce da una giornata da delirio dei big. Su tutti Materazzi, che ha cercato il gol della gloria finendo per rubare il rigore a Cruz e sbagliarlo. <strong><a href="/a.pic1?ID=260907">Spalletti se la ride</a></strong> e la Roma ora ci crede. <strong><a href="/sondaggio_1a.pic1?PID=58">Chi vincerà lo scudetto? VOTA</a></strong>

Milano - Dal gol scudetto al gol buttato (che valeva uno scudetto) è passato poco più di un anno: cambia la faccia del destino, non quella del protagonista (Un campionato da squadra più pazza d'Italia) Marco Materazzi quel giorno di aprile fu l’eroe di una stagione, ieri è stato il disastroso devastatore delle speranze interiste. Non solo lui. Mettiamoci anche Julio Cruz, perfido cannoniere in tante occasioni, ieri incredibile dissipatore. L’Inter, gol compresi, ha avuto almeno 13 occasioni e buona parte sono passate dai suoi piedi. All’inizio della ripresa ha fallito il 3-1 (Cruz) e sono stati dolori. Mettiamoci i frizzi e lazzi di Jimenez, le solite distrazioni di Burdisso che hanno permesso al Siena di tirare tre volte in porta segnando due gol, quel giocare collettivo con poca testa pensante e piedi mal ispirati. Forse l’Inter non è cotta fisicamente, ma non riesce più a chiudere le partite.

Quattro quadretti per disegnare un match e ritagliarsi una settimana da delirio tremens, in attesa di un successo non più rimandabile. Quel Cambiasso che esce sorretto a braccia, lui che per gran parte della stagione ha sorretto la squadra. La desolazione di Maicon, solitario toro seduto sul prato di San Siro ormai vuoto, forse pentito di aver convinto Cruz a non tirare il rigore che Materazzi ha fallito. Il gelo di San Siro ad ogni gol subito, silenzio al limite dell’irreale. Per sfociare nei fischi finali che raggrumavano rabbia, desolazione, incredulità. Infine quel duetto a distanza fra Cruz e Materazzi. «Julio era il tiratore numero uno, poi Balotelli e Materazzi», ha ammesso Mancini. La gerarchia non è stata rispettata. Toccava al tecnico imporre la decisione.

Materazzi ha peccato di generosità e di vanità nel ricordo del gol scudetto che incorniciò l’esaltazione gladiatoria dell’anno passato. Ieri Matrix è stato indomito guerriero, ma ha sbagliato tanto, troppo, cercando il momento di gloria: sfortunato sul primo colpo di testa, pallone finito sulla traversa, un segno del destino. Poi un insistere senza precisione con il testolone a caccia del gol. Avrebbe fatto meglio a cercare qualche compagno smarcato. Di contro ha perfino respinto un tiro gol di Cruz, finendo in fuorigioco. E prendendosi una valanga di maledizioni da Mancini, poi replicate da Moratti al momento del rigore.

Quel tiro dal dischetto, che Materazzi si è procurato con astuzia, rischia di essere l’ennesimo atto di accusa contro un giocatore che troppe volte si lascia trascinare dall’istinto: avrebbe fatto il capolavoro fermandosi al fallo (quasi) subito. Invece ha sentito suonar le campane, squillare le trombe e si è immaginato cavaliere dal bianco destriero che arriva a salvare la donzella in preda al panico. Rovinato tutto, compresa la domenica in perfetto stile Inter.
Questo è il Dna, una storia infinita di sofferenza e autoflagellamento. Ieri la ritrovata vena di Vieira e la bella freschezza di Balotelli avevano messo la squadra sulla strada giusta. Il francese ha fatto di tutto per riscattare il buco nero del derby: la fucilata di testa, che ha aperto la partita, e l’assist a Balotelli sono state le delizie che hanno nascosto qualche crepa personale nella ripresa. SuperMario è stato uno splendido puledro che ha messo il suo piede raffinato a disposizione della squadra: ha calciato angoli e punizioni da metter i brividi agli avversari. Ha calciato l’angolo per il colpo di testa di Viera ed ha sfruttato l’assist del francese, sul finire del primo tempo, per restituire all’Inter i nervi distesi. Sarebbe bastato che la difesa non ronfasse due volte e che gli attaccanti svirgolassero meno le conclusioni. Il Siena ha giocato e concesso di giocare. Ha atteso l’esecuzione, come l’attese la Lazio in quel 5 maggio. Allora l’Inter contava sui campioni, o presunti tali, stavolta sulla classe operaia. Due match ball buttati. Sotto un certo punto di vista lo scudetto è perso. A prescindere dai risultati.

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