Inter show: campione d'inverno 

Roma - Infranto un tabù dopo l'altro: l'Inter rivince nell'Olimpico laziale dopo dieci anni di stenti e di digiuni, di sconfitte storiche (il famoso 5 maggio). Un record dopo l'altro da collezionare: adesso Mancini e i suoi corazzieri possono eguagliare (sabato pomeriggio contro l'Atalanta) il primato romanista di un anno fa, con 11 vittorie. Nel frattempo lo scudetto d'inverno è già nel cassetto. La luna di miele della Lazio dura meno di venti minuti o poco più. Il tempo di consumare un po' di sane energie fisiche e nervose e di esaurire sugli scatti di Makinwa le concrete possibilità di mettere al muro l'armata morattiana uscita dallo spogliatoio con l'aria di partecipare a una scampagnata. Giusto a metà frazione, in una delle incursioni più pericolose del nigeriano (lancio di Ledesma, a sorpresa, Materazzi sorpassato in velocità), il sostituto dello squalificato Rocchi s'infila nel pertugio ma poi un po' inciampa sulla palla, un po' risulta sbilanciato dal suo stesso ondeggiare prima di cadere: l'arbitro assolve (giustamente) Materazzi, Makinwa condanna se stesso mettendosi le mani sul viso per fare outing e rimproverarsi il mancato tiro.
Qui finisce l'avventura della Lazio e comincia invece la partita dell'Inter che decide, secondo copione, come e quando pigiare sull'acceleratore, come e quando stringere i tempi, come e quando prendere la mira di Peruzzi e della sua porta. Un paio di combinazioni alla mano, maturate sul fianco sinistro, denunciano la scarsa protezione di Mudingayi e si concludono con un recupero di Zauri o un colpo sotto di Crespo fuori bersaglio. L'epilogo, altrettanto scontato, è il gol che Crespo e Cambiasso infiocchettano con una giocata da manuale: si cercano e si trovano fuori area, il centrocampista si presenta all'appuntamento con l'assist del sodale argentino e chiude in gol. Sotto choc, la Lazio assiste, nel finale di tempo al harakiri di Ibrahimovic, una delle teste calde di casa Moratti, già finito sul taccuino dell'arbitro per un intervento alla Lucarelli su Ledesma. A pochi istanti dall'intervallo, lo svedese di sangue slavo, matto come un cavallo, commette una sciocchezza, non un fallo o una infrazione, calciando dopo il fischio dell'arbitro (ma il fuorigioco segnalato da Niccolai non c'è). Corre un rischio inutile ed eccessivo. E Rocchi, l'arbitro, che non concede sconti lo depenna dalla sfida notificandogli il secondo giallo. Dura lex sed lex.
In dieci, nella ripresa, l'Inter non sembra affatto farsi condizionare. Mancini non tocca lo schieramento e solo all'arrivo di Foggia (un peperino di uno, messo all'ala destra contro Maxwell) scelto da Delio Rossi per disegnare un ardito 4-3-3, decide di arretrare capitan Zanetti sulla linea difensiva e di cambiare il difensore mancino con Adriano per tenere la Lazio all'erta in difesa e non lasciarsi schiacciare. È anche questa una prova di grande sicurezza oltre che di fiducia cieca nei propri mezzi offerta dalla panchina interista. La Lazio insegue la chimera di una impresa balistica: gli specialisti, Ledesma, Oddo, Mauri, provano e riprovano dalla media distanza, là dove l'Inter concede lo spazio necessario prima di richiudere il portone, di cogliere impreparato Julio Cesar. È come raschiare con le unghie una lastra di acciaio. Behrami aggiunge poco all'attacco laziale, Figo ha il compito di congelare la palla e di guadagnarsi qualche punizione, il passaggio ideale per incassare a pochi rintocchi dalla fine, il sigillo del 2 a 0 (traiettoria velenosa e testa vincente di Materazzi) che incornicia la performance numero 10. Dieci e lode, naturalmente.