Inter, una tranquilla domenica da 0 a 0

La squadra è sembrata non essere all’altezza delle sue ambizioni. Solo dopo mezz’ora i compassati Dacourt e Vieira hanno preso in mano la partita

Paolo Marchi

nostro inviato a Udine

Non ha mai rischiato di perdere l’Inter a Udine e siccome è velleitario pretendere che giochi calcio di siderale bellezza e cosmica velocità con tutti i pezzi pregiati rotti nella testa (Adriano, che Mancini si augura rigenerato entro fine anno) o nel fisico (Cambiasso) piuttosto che appena tornati titolari (Crespo, in campo per una impalpabile abbondante ora), questa è la buona notizia da annotare. Ma una difesa che non ha subito gol, si specchia in un attacco che a sua volta ha faticato a essere pericoloso anche quando si è mostrato di una certa efficacia al tiro, dopo essere stato fantasma nella mezz’ora iniziale.
Capolista era e capolista è rimasta la Milano nerazzurra ma resta l’amaro in bocca e una perplessità di fondo nei suoi confronti perché una formazione di stelle e di ambizioni a mille non può aggirarsi in campo con passo compassato. Ha camminato per almeno trenta minuti con indisponenza contro un avversario gagliardo e voglioso, anche di valore, ma tutto in un appuntamento da vincere per scrollarsi di dosso Roma e Palermo, per mettere un po’ di vuoto dietro a sé e vivere con una certa tranquillità qualche turno.
Fermato Adriano e recuperato Crespo (alla causa più che alla piena efficienza), in panchina in avvio sia Cruz sia Recoba, uomini d’oro mercoledì in Champions, la squadra di Mancini è sembrata avere scelto di muoversi per inerzia, come se avesse deciso di affidarsi a qualche numero di magia di un singolo, un lampo, una stella. Tutto senza sudare, da fermi. Il tecnico, in conferenza, ricorderà il Livorno tra due giorni a San Siro, il derby sabato, i cambi da fare per avere elementi sempre freschi ma siamo solo alla settima di campionato e finisce che le scusanti suonano come ragionamenti da squadra con la panchina corta, che deve centellinare le energie quando i numeri alla Pinetina sono altri.
È un’Inter che ieri non ha saputo essere all’altezza delle sue ambizioni, che ha faticato ad aumentare il passo e quindi il ritmo, molto attenta a non scoprirsi perché, provando a fare lei la partita, ha concesso il contropiede ai friulani e più spazio a Iaquinta e Di Natale e maggiori rischi corri. E la difesa ha retto sempre, costringendo però il centrocampo a stare più attento alle sue spalle piuttosto che davanti ai suoi occhi. E quando provava a ripartire in avanti, i bianconeri erano ormai ritornati sulle loro posizioni e al passo lento dell’avvio c’era ben poco da fare se non andare a sbattere contro Obodo, Natali e compagnia gagliarda. La sveglia al minuto 31, quando Materazzi alzava l’opportunità più velenosa confezionata da Iaquinta-Barreto. Forse l’Udinese si è sentita troppo sicura e ha rallentato, in ogni modo da quel momento i lombardi hanno tutto sommato preso in mano la partita anche se sempre corricchiando e giochicchiando. Un tiro di Dacourt fuori, uno di Ibrahimovic parato, una «testa» di Stankovic alta e una sua staffilata bloccata in due tempi. Poi l’intervallo, quindi una ripresa come il finale di tempo: tiro di Figo rimpallato da Obodo, Figo troppo sicuro di sé col piatto destro e via così, senza quella rabbia che spesso fa la differenza, quella frazione di secondo in più che permette all’avversario di intuire cosa accadrà e farsi trovare pronto, salvo nell’occasione migliore, per Ibra al minuto 25, guarda caso una girata secca che chiamava De Sanctis alla sola autentica parata. Poi la protesta di Mancini verso l’arbitro per una barriera disposta male, a otto metri e non nove. Il tecnico aveva ragione a sentirsi preso in giro da Pieri, ma quando non si fa gol per 93 minuti, è preoccupante, a livello di nervi, se ci si aggrappa a un tiro da circa 25 metri al turno 7 di serie A. Cosa accadrà all’ultimo minuto dell’ultima giornata?