Intercettazioni: adesso Fassino prende le distanze da D’Alema

Sul caso intercettazioni il segretario Ds isola il ministro degli Esteri e per smarcarsi sceglie perfino un avvocato diverso. L'ex direttore dell'Unità <strong><a href="/a.pic1?ID=196169">Caldarola attacca i vertici della Quercia</a></strong>: &quot;Non li abbiamo votati per fare il tifo per Unipol&quot;

Roma - Ironico sui motivi dello scandalo: «Si sta inventando un nuovo reato: concorso in conversazione telefonica». Rassicurante verso il proprio popolo e il proprio frastornato partito in via di scioglimento: «Stia tranquilla la nostra gente, stiano tranquilli i nostri dirigenti, iscritti, elettori: assicuro ancora una volta che possono andare fieri della correttezza dei nostri comportamenti». Cauto sulla Forleo: «Non metto in discussione la buona fede dei singoli magistrati», ma «le sue accuse sono assolutamente prive di fondamento». Furioso contro la stampa che «strumentalizza» e gestisce «con violenza» la vicenda Unipol, e contro quello che vede come il grande regista di tutte le disgrazie diessine: il direttore del Corriere Paolo Mieli: «A lui non interessa accertare la verità, ma processare in ogni caso i Ds e la loro classe dirigente».
Con la lunga intervista di ieri ad una delle principali firme politiche dell’Unità, Ninni Andriolo, il segretario della Quercia Piero Fassino affronta di petto e a tutto campo la bufera in cui, assieme a Massimo D’Alema e Nicola Latorre, è coinvolto. E lo fa alla vigilia di una settimana decisiva, nella quale la Giunta per le autorizzazioni della Camera potrebbe dare già domani il proprio parere sulle richieste del gip Clementina Forleo, per poi rinviare la materia all’aula, in settembre. E al presidente della Giunta Giovanardi, che annuncia di voler stringere i tempi, manda a dire che certo «la Giunta è sovrana», e che non c’è un tentativo diessino di ritardarne il pronunciamento in attesa delle annunciate «memorie difensive»: «È un’opportunità, non un obbligo né un vincolo che debba condizionare» l’organismo parlamentare, che resta «assolutamente libero di decidere». Fair play, ma anche una sfida implicita a Giovanardi: se deciderà di votare senza prendere in considerazione le memorie degli «imputati», la sua sarà una scelta politica.
È soprattutto un’autodifesa tutta in chiave personale, quella di Fassino. Le formule che più ricorrono sono «io personalmente», «per quanto mi riguarda», «nelle mie telefonate». Ovviamente non c’è alcuna presa di distanza esplicita dai compagni di partito D’Alema e Latorre (citati solo una volta e en passant), ma il segretario della Quercia vuol ben chiarire un concetto che, dalla lettura delle carte, emerge: le sue telefonate a Consorte erano «puramente informative», al capo di Unipol Fassino faceva sì «molte domande sui dettagli», ma le faceva «perché il progetto Bnl era oggetto di una discussione pubblica sui giornali» e lui voleva conoscere le risposte di Consorte ai dubbi sulla bontà dell’operazione. E «ho avuto sempre informazioni su cose tutte già note e già avvenute: non c’è nessun aspetto che non sia corretto». E questo è quanto, «personalmente». Se poi altri hanno avuto ruoli più attivi e coinvolgimenti più diretti, non lo riguarda. E il fatto che ad occuparsi della memoria difensiva di Fassino sia il giurista torinese Carlo Federico Grosso, mentre quella di D’Alema è affidata al battagliero senatore Guido Calvi, storico difensore degli ex Pci, sottolinea che le strade dei due non corrono più parallele. Cosa di cui i fassiniani, in privato, non fanno mistero, sottolineando la «chiara diversità dei ruoli» nella vicenda e la possibiità di «sbocchi» ben diversi.
D’altronde Fassino sembra prendere le distanze anche dall’aut aut di Luciano Violante, secondo il quale i ds potrebbero dare via libera alle intercettazioni solo se il Parlamento mette «nero su bianco» una censura esplicita alla Forleo. Certo «da troppi anni assistiamo ad inchieste che si trasformano in strumento di battaglia politica», ma Fassino si limita a respingere l’accusa «infondata» di essere stato complice di un «disegno criminoso». Tutt’altri toni rispetto a quelli usati da una dalemiana appassionata come la ministra Livia Turco, che invece ci va giù col machete: «C’è un limite all’arroganza, all’infischiarsene delle regole, a considerare la magistratura come una casta dotata di superiorità morale», tuona, accusando la Forleo di «irrisione della politica» e liquidando la vicenda così: «È uno scandalo costruito a tavolino da chi vuole delegittimare la politica. E bisogna essere fermissimi nel respingere questa offensiva».