«Intercettazioni come armi: ecco le prove»

Venerdì il Consiglio dei ministri varerà un’altra riforma con lo scopo di limitare gli effetti delle conversazioni registrate pubblicate dai media. Decisive le rivelazioni finite in edicola sul terremoto bancario

Claudia Passa

da Roma

Una settimana d’attesa, e poi «il provvedimento sulle intercettazioni vedrà la luce». Il premier fissa le tappe per il varo della riforma da ieri all’esame del governo. «Il Consiglio dei ministri di venerdì prossimo - dice Berlusconi - darà alla luce il provvedimento, e decideremo se sarà un decreto legge o un disegno di legge». L’obiettivo della riforma è «ridurre la quantità abnorme di intercettazioni diffuse sui media»; ma «non interverremo sulle prerogative della Consob di avviare autonomamente le intercettazioni».
Il testo verrà esaminato nel pre-consiglio di martedì, assieme a eventuali proposte di modifica, poi arriverà il «licenziamento» ufficiale. La tabella di marcia il governo l’ha fissata al termine della lunga relazione del ministro della Giustizia, Roberto Castelli. Ventiquattro pagine di dati e ricostruzioni, ma soprattutto un affondo sul risiko politico-finanziario-giudiziario (e soprattutto mediatico) sul caso Antonveneta, sulle intercettazioni «notificate» in edicola, sul terremoto Bankitalia. La vicenda, dice Castelli, presenta «alcuni esempi interessanti. Il primo riguarda il dottor Castellano (magistrato milanese intercettato sull’utenza del presidente Unipol, Giovanni Consorte, ndr). Egli - si legge nella relazione - incappa del tutto casualmente nelle intercettazioni di cui sopra. Non sappiamo cosa dice veramente. Sappiamo solo ciò che qualcuno ha deciso di far sapere, per motivi che possiamo soltanto ipotizzare». Il segreto d’ufficio è violato, «i colpevoli sono pressoché certi dell’impunità». Il secondo caso «è quello relativo al senatore Grillo e all’onorevole Fassino».
Ma il vero nodo politico, dice Castelli alla platea dei ministri, è un altro: «Usciamo da un periodo tormentato, in cui l’avviso di garanzia, nato per tutelare l’indagato, era divenuto, se usato strumentalmente, lo strumento principe per squalificare presso l’opinione pubblica il soggetto che si voleva colpire». Parte da lontano, il Guardasigilli. E arriva ai nostri giorni, in cui «questo strumento non ha più impatto sull’opinione pubblica» e ha ceduto il passo «alla divulgazione delle intercettazioni, coperte da segreto istruttorio, da passare a giornalisti complici». V’è la fonte, «che passa gli spezzoni che gli interessano e cela quelli che ritiene opportuno non divulgare». E v’è il giornale, «che a sua volta decide cosa pubblicare e cosa no».
Lo strumento «è raffinato in quanto formalmente legittimo». Il magistrato decide cosa depositare e cosa no. «Quale grado di strumentalizzazione se non di manipolazione dei fatti questa prassi può indurre, è facilmente immaginabile». Nel caso Antonveneta-Bankitalia, «tutti gli atti sono stati depositati - spiega il Guardasigilli -, facendoli così uscire dal segreto istruttorio». La tutela della riservatezza «è stata del tutto trascurata»; e le stesse intercettazioni potrebbero «essere state disposte in modo illegittimo, per un reato per il quale non erano autorizzabili». Le conversazioni irrilevanti non sono state distrutte. E sono puntualmente finite in edicola. «Attraverso il deposito delle intercettazioni che riguardano il Governatore e la loro successiva consegna ai media - dice il ministro -, viene attivato un sommario processo mediatico non solo nazionale ma internazionale, e la sentenza - sempre mediatica - viene prontamente emessa dal giudice anche in questo caso mediatico». È successo a «un noto settimanale straniero» che «pronuncia infatti la sentenza inappellabile: “Fazio go home!”».
La stesura della relazione è precedente al primo settembre. Di qui l’«obbligo di correzione e integrazione», «atteso - incalza Castelli - che nella stessa data è comparso su un primario quotidiano nazionale (La Repubblica, ndr) un grottesco annuncio («Fazio vattene!», ndr) a piena pagina ad opera di un comico (Beppe Grillo, ndr); un’ulteriore condanna, per cui in questo caso non è vero che la condanna è stata inappellabile, ma si è giunti anche a un secondo grado di giudizio». Ironizza, il ministro. «Se ne può dedurre - dice ai colleghi - che non è vero che la giustizia italiana è lenta. In due mesi si sono consumate le indagini, il processo, la condanna in primo grado e la condanna in secondo grado. Tutto ciò a fronte del fatto che il Governatore non risultava né indagato, né colpito da provvedimento di intercettazione».
Il momento è catartico. Il pericolo, per il Guardasigilli, «è quello di assistere ancora una volta alla supplenza del potere politico da parte di altri poteri presenti nel Paese. La magistratura, la stampa, poteri economico-finanziari ben identificati, e dulcis in fundo comici aspiranti maîtres à penser. (...) Non intendo arruolarmi nella schiera delle novelle tricoteuses». Un governo «responsabile non può prendere decisioni così importanti a seguito di fatti che vedono una ben precisa strategia estranea al governo stesso». Castelli chiede una pausa di riflessione, per non cadere nella «trappola dei processi mediatici». Anche perché «due processi molto più seri e indipendenti si sono nel frattempo svolti»: il riferimento è al verdetto del Tar sull’«istruttoria compiuta e congrua» di Bankitalia sul caso Antonveneta; e a quello, «assolutamente indipendente», del mercato internazionale.