Intercettazioni, arriva il bavaglio alla stampa

da Roma

Niente carcere per i giornalisti, assicura il Guardasigilli Clemente Mastella. Ma l’aula della Camera stabilisce multe fino a 100mila euro per chi pubblica le intercettazioni e non elimina l’arresto dal codice penale. Il disegno di legge viene approvato all’unanimità (447 sì e 7 astenuti) e passa al Senato. Per il ministro è «un grande ed esaltante momento di attività parlamentare».
Viene contenuta la pressione di An e Fi che volevano un più severo giro di vite (la prima, una pena detentiva fino a 6 mesi e la seconda, una sanzione da 50mila a 300mila euro), mentre passa un emendamento degli azzurri che stabilisce il controllo della Corte dei conti sulle spese per le intercettazioni delle Procure italiane.
L’accordo tra maggioranza e opposizione si raggiunge prima di portare all’assemblea il disegno di legge Mastella, nel comitato dei 9 della Commissione Giustizia di Montecitorio: aumento delle sanzioni pecuniarie per i giornalisti, ma no alle pene detentive. Soprattutto l’estrema sinistra protestava contro una Cdl che «imbavaglia» i giornalisti, ma alla fine l’aula approva un emendamento del governo che prevede multe salate per chi pubblica stralci di intercettazioni telefoniche lecite, o comunque atti di procedimento penale coperti da segreto (fino alla conclusione delle indagini preliminari): da 10mila a 100mila euro. Si modifica, così, l'articolo 684 del codice penale che stabiliva un'ammenda fino a 258 euro. La parte della norma sulla pena detentiva non viene modificata e prevede l'arresto fino a 30 giorni. Il Guardasigilli sostiene, però, che la posizione sua e del governo è contro il carcere per i giornalisti e che le nuove norme non vogliono imporre la «museruola» alla stampa. Mastella appoggia la norma sul controllo contabile sull'operato delle procure, che non riguarderà «l'attività giurisdizionale e le modalità di investigazione».
Soddisfatto dell’accordo tra i due poli, il presidente della commissione Giustizia della Camera Pino Pisicchio (Idv): «Da oggi i cittadini sono più tutelati. Il provvedimento sulle intercettazioni è equilibrato, si fa carico di dire basta allo spreco delle ingenti somme di denaro impegnate negli scorsi anni per una mole enorme di captazioni». Di «sprechi» delle procure parla anche Gaetano Pecorella di Fi, applaudendo «una buona riforma», ottenuta con il «contributo fondamentale dell'opposizione». Per lui, è particolarmente importante il controllo della Corte dei conti che sarà, dice, «una controspinta per evitare intercettazioni inutili», come si dovrebbe fare anche per perizie o consulenze. Ma in Senato gli azzurri potrebbero insistere sull’eliminazione dal provvedimento della possibilità di oblazione invece della detenzione. Per Giulia Bongiorno di An, è un «buon testo, ma non una svolta», perchè manca «un organo collegiale distante dalle esigenze concrete delle indagini» che autorizzi le intercettazioni. Per la Verde Paola Balducci il testo «coniuga diritto alla riservatezza e diritto di cronaca, capisaldi di una democrazia e cancella i propositi punitivi nei confronti dei giornalisti che fanno legittimamente il proprio mestiere». Semmai, aggiunge, è auspicabile un maggior rispetto delle carte deontologiche di tutti gli operatori della giustizia.
Ma proprio l'organo di autogoverno deontologico della categoria, l'Ordine dei giornalisti, viene «espropriato dei suoi poteri sanzionatori», per il segretario generale della Fnsi. Paolo Serventi Longhi, critica «l'inasprimento delle sanzioni per i giornalisti», che si aggiunge al già deciso prolungamento della fase di segretazione degli atti processuali. Anche se è stata battuta «la linea dura delle minoranze», dice, il provvedimento passa ora al Senato «con un taglio repressivo». Il sindacato dei giornalisti chiede di poter esprimere al Parlamento e al Guardasigilli la sua contrarietà per il provvedimento. Il consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti esprime la sua «preoccupazione» per l'aumento delle sanzioni penali o pecuniarie. Il presidente Lorenzo Del Boca sottolinea che «la minaccia del carcere per i giornalisti che fanno il loro mestiere significa tornare indietro di un decennio». Protesta contro le «norme liberticide» in discussione in Parlamento anche l’Unione cronisti italiani, che rivolge un appello al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, perchè si opponga «alle ricorrenti tentazioni di limitare la libertà dell'informazione».