Intercettazioni, Bertinotti vuol fermare i giudici

"Le toghe milanesi che indagano sul caso Unipol non possono usare le telefonate registrate dei politici senza autorizzazione"

Roma - La situazione, dal punto di vista dell’immagine, per i Ds è nerissima: Vincenzo Visco è ancora sotto il tiro di Antonio Di Pietro. Incombono le richieste di utilizzazione di intercettazioni del giudice Clementina Forleo, che ora si concentrano minacciose sulle giunte di Montecitorio (e riguardano molti dirigenti del partito). E poi l’ultimissima clamorosa vicenda, «la spazzatura» (Massimo D’Alema dixit), il caso nato intorno alle notizie non verificate su ipotetici conti stranieri del ministro degli Esteri (nonché uomo simbolo della Quercia). Lui, il leader maximo, chiamato in causa, ieri sfoderava uguale dose di grinta e ironia alle telecamere del Tg1: «La notizia non esiste. Un conto con il nome Quercia... Ora ci sarà un conto “Ulivo con il Partito democratico”...». E poi, serissimo: «La notizia non esiste. Già da due anni e mezzo su un sito internet scandalistico brasiliano sono riportate queste voci calunniose, persino ridicole. Quello che colpisce - osserva - è che un giornale serio come La Stampa che ha quella proprietà, utilizzi questa spazzatura, la faccia diventare notizia e la getti nella vita politica. Colpisce, ferisce e preoccupa. Ora però la questione va chiarita. C’è il conto? Ne rispondo. Ma se non c’è, chi ha usato questa accusa per destabilizzare - conclude D’Alema - deve risponderne».
Quanto basta per far scattare l’allarme rosso al «Botteghino», e suscitare «pronunciamenti» a raffica, dichiarazioni indignate, mozioni di solidarietà concertate per rompere il clima di assedio. Dai tempi del caso Unipol, forse, il partito non aveva tanti motivi di preoccupazione. Per dire: anche il ministro Pierluigi Bersani, solitamente pacato, ieri era fuori dalla grazia di Dio, e ripeteva: «Una cosa vergognosa, vergognosa». E poi ovviamente il segretario Piero Fassino, dalle telecamere di Ballarò: «Temo ondate di veleni e fango di cui già si sono avute manifestazioni evidenti. Non so se c’è una regia - dice - ma c’è il ricorrente tentativo di intorbidire la vita politica con azioni di destabilizzazione». Mai i toni erano stati più preoccupati o apocalittici, nella (ex) casa della sinistra italiana, oggi in via di trasloco nel Partito democratico. Il senatore Massimo Brutti, dagli schermi di Omnibus: «Siamo all’emergenza rifiuti. Per qualche settimana avremo cumuli di spazzatura e pseudo informazioni». Per non parlare di un dirigente del Correntone, Vincenzo Vita: «Gli attacchi a D’Alema sono segno di un clima torbido e inquietante». O un altro ex ds (oggi in Sinistra democratica), il presidente della commissione Giustizia di Palazzo Madama, Cesare Salvi: «Il disegno di legge sulle intercettazioni è il punto all’ordine del giorno dopo la riforma dell’ordinamento giudiziario». Certo in questo scenario da caduta degli dei c’è anche un’opinione controcorrente. Ad esempio quella di un ex diessino come Peppino Caldarola, che oggi gioca da outsider potendosi permettere il lusso di dire quello che altri non dicono: «Se fossi, come sono stato impropriamente indicato, consigliere di D’Alema, direi: caro Massimo, fai come Cossiga, dì che vengano pubblicate, al massimo ti diranno che tu al telefono parli un po’ troppo liberamente». Parole che demoliscono le teorie sui complotti: «Credo che le intercettazioni - afferma Caldarola a Radio Radicale - potrebbero rivelare al massimo debolezze, cadute di stile, relazioni non accettabili. Nulla che però consegni queste persone al giudizio di un magistrato». Secondo l’ex direttore de l’Unità: «Consigliare o interloquire con un amico che fa economia da che mondo è mondo non è reato, per cui lasciali pubblicare e fottitene, scusate il linguaggio...».