Intercettazioni, la Camera frena e scarica il caso D’Alema all’Ue

La giunta per le autorizzazioni trova l’appiglio: il vicepremier all’epoca dei fatti era eurodeputato

Roma - Era tutto un equivoco. Raccontano in casa ds che lo stesso Massimo D’Alema, ieri, sia «caduto dalla sedia» quando gli han comunicato che un oscuro funzionario della Giunta per le autorizzazioni della Camera aveva scoperto l’acqua calda. Che però è anche la carta vincente, al momento, per uscire dalle sabbie mobili del caso Unipol. Almeno per il ministro degli Esteri, il cui caso finirà probabilmente al Parlamento europeo dove «le richieste le bocciano quasi sempre», sussurra ottimista qualcuno. E siccome, assicurano nell’Ulivo, al Senato l’Unione è compatta nel dire no alla Forleo su Nicola Latorre, e un aiutino verrà anche dall’opposizione, il risultato finale è che molto probabilmente l’unico a finire «autorizzato» sarà Piero Fassino. Ossia quello che fin dall’inizio avrebbe voluto dire sì all’uso delle intercettazioni. E che ha poche ragioni di temere conseguenze giudiziarie delle sue telefonate con Consorte.
L’acqua calda sarebbe dunque che - all’epoca delle intercettazioni sub judice - D’Alema era parlamentare europeo e non italiano. E dunque la famigerata richiesta del gip Clementina Forleo andrebbe inoltrata a Strasburgo, e non a Montecitorio. E dunque, dal luglio scorso, si è discusso del sesso degli angeli, e l’Ulivo e i ds si sono inutilmente scervellati fino a ieri per capire come caspita votare in giunta e in aula sul caso D’Alema, senza incorrere nel pubblico ludibrio se si bocciava la richiesta dei magistrati e nella graticola giudiziaria se la si faceva passare.
Il colpo di scena si è avuto ieri, in una riunione della giunta. «Ho chiesto il tempo sufficiente per approfondire la novità emersa questa mattina - ha annunciato Elias Vacca (Pdci), relatore del caso D’Alema - ma prima facie mi sento di poter dire che non siamo competenti noi e a esprimersi sulla richiesta della Forleo dovrà essere l’Europarlamento». La pensa così anche lo stesso Giovanardi, l’Udc presidente della giunta. Si oppone invece l’Italia dei Valori.
«Con particolare tempismo - dice il dipietrista Palomba, che della giunta fa parte - alla vigilia della decisione, dal cappello salta fuori un coniglio». Ma, ammonisce, «non sarebbe una bella pensata consegnare un nostro ministro degli Esteri al Parlamento europeo. In realtà secondo la legge che regola l’Europarlamento, se il fatto è avvenuto fuori delle sessioni di quel Parlamento, nessuna guarentigia sarebbe dovuta; se è avvenuto durante le sessioni, lo stesso articolo rimbalza alle prerogative offerte dalla legge italiana. Quindi - avverte - si stia attenti»: così D’Alema rischia di «rimanere senza alcuna garanzia», alla stregua di «un cittadino qualunque». «Non mi sembrerebbe una buona decisione né un buon precedente, per lui e per la Camera».
Intanto, da Milano, si fa senire il gip Forleo: «La legge è chiara, e io l’ho rispettata. Al massimo devono trasmettere l’atto al Parlamento europeo, ma non cambia nulla», dice il magistrato. E spiega: «La scelta della Procura - continua -, che è stata da me condivisa, è stata quella di inoltrare la richiesta in base al secondo comma dell’articolo 6 della legge. E quindi, che bisogna inoltrare la richiesta alla Camera alla quale il parlamentare appartiene nell’attualità. La norma è chiara», e la procedura «perfettamente regolare». Poi, conclude amaramente, «tutto può succedere. Noi pensiamo che l’appartenenza di un parlamentare a una Camera nell’attualità abbia maggior valore di quella passata. E questa interpretazione è la più garantista per i politici».
Dall’Europarlamento, il presidente della commissione Affari giuridici (cui finirebbe la pratica D’Alema) si dice pronto: «Se il periodo delle intercettazioni coincide con quello del mandato di europarlamentare la richiesta del magistrato va rivolta alla mia commissione, non al Parlamento italiano», spiega l’azzurro Giuseppe Gargani. Un sicuro garantista, più volte criticato da sinistra per la sua resistenza al giustizialismo e ai voleri delle Procure. Ma stavolta, c’è da giurarlo, non subirà attacchi.