Intercettazioni, via libera sulla corruzione

Registrazioni autorizzate anche per i reati contro la pubblica amministrazione, la pedofilia e le molestie. Chi pubblica i verbali rischia tre anni di carcere. Il Garante della privacy: <strong><a href="/a.pic1?ID=268530">&quot;Il problema sono le procure&quot;</a></strong>

Roma - Lega e Pdl hanno raggiunto l’accordo e il ddl sulle intercettazioni preparato dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano, si appresta a un tranquillo varo nel corso dell’odierno Consiglio dei ministri.

Il vertice di ieri a Palazzo Grazioli, infatti, è riuscito a limare le piccole divergenze relative all’utilizzo di questo metodo di indagine anche per particolari tipi di reati che prevedono pene inferiori a dieci anni. In particolare, quelli contro la pubblica amministrazione come corruzione e concussione. In questi casi si potrà continuare ad indagare intercettando le utenze sospette così come richiesto dagli esponenti del Carroccio, Bossi in testa.

In più si potrà proseguire l’utilizzo di questo mezzo di investigazione per i reati più gravi, come la pedofilia e lo stalking. Il provvedimento dovrebbe inoltre contenere una norma transitoria per assicurare la continuazione dei processi in corso.

Una delle parti più rilevanti del disegno di legge è rappresentata dall’inasprimento delle sanzioni per coloro che divulgano i contenuti delle intercettazioni. La norma punta, infatti, a riformare due articoli del codice penale: il 617 e il 684. Con il primo si vuole colpire chi «prende diretta cognizione degli atti del procedimento penale coperti da segreto» e la punizione sarebbe quella che venne prevista nel ddl Mastella: da 1 a 3 anni di carcere. Con il secondo invece si intende punire coloro che pubblicano gli atti: la sanzione passerebbe da 30 giorni di carcere a 3 anni. E aumenterebbe anche l’ammenda: da un massimo di 258 a 1.000 euro. Su entrambe le misure sono ancora in corso discussioni e l’uso del condizionale è d’obbligo.

«Ci sarà un inasprimento delle pene ma non è stato stabilito nulla e deciderà il Consiglio dei ministri», ha spiegato Niccolò Ghedini (Pdl), aggiungendo che comunque ci sarà una differenza nella sanzione «tra i pubblici ufficiali che diffondono le intercettazioni e chi le pubblica, nessuno vuole mettere in carcere i giornalisti». La detenzione, ha precisato, «si può irrogare nei casi più gravi ed eclatanti, in alternativa all’ammenda. E nei confronti di magistrati e pubblici ufficiali le sanzioni sono ancora più pesanti».

Il vero scopo del governo è quello di garantire una «tracciabilità» dell’accesso alle intercettazioni per garantire la privacy e scoraggiare le violazioni del segreto istruttorio. Ma tale sollecitudine non ha soddisfatto le opposizioni: né Antonio Di Pietro («il limite di 10 anni è una presa per i fondelli») né il ministro ombra degli Interni Marco Minniti («rischiamo una legge schizofrenica»).

Confermata infine l’introduzione del «giudice collegiale», ossia di un organismo composto da più magistrati (si pensa a una terna, ndr) che dovrà valutare se sia opportuno e necessario il ricorso alle intercettazioni. I pubblici ministeri non dovrebbero più poter chiedere l’autorizzazione a un solo gip, ma a un organismo collegiale.
A ulteriore tutela della riservatezza delle persone intercettate ma non indagate si pensa all’istituzione di un archivio riservato nel quale custodire il testo delle intercettazioni. Si tratta di una proposta del presidente della commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno, ripresa a sua volta dal ddl Mastella. Resta sempre in piedi l’ipotesi di fissare la durata massima dell’ascolto degli indagati a 3 mesi. Allo stesso modo, si era studiata la possibilità di trascrivere solo le parti penalmente rilevanti delle intercettazioni, selezionate in un’udienza dalle parti.