Intercettazioni, Tavaroli difende i vertici Telecom

L’ex dirigente della sicurezza esclude conti segreti intestati a Tronchetti e Buora. Cipriani lo accusa: era lui a chiederci di spiare

Enrico Lagattolla

da Milano

Il «sodalizio» è rotto. Uno contro l’altro, Emanuele Cipriani e Giuliano Tavaroli. L’investigatore della «Polis d’Istinto» e l’ex capo della Security di Telecom, arrestati il 20 settembre scorso con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione nell’ambito dell’inchiesta sui dossier abusivi condotta dalla Procura di Milano, scaricano reciprocamente le proprie responsabilità. Il primo ribadisce che era Tavaroli a chiedere gli accertamenti, e ripete di non sapere per quali finalità gli venissero commissionati. Il secondo, invece, sostiene di non essere mai stato a conoscenza dei metodi utilizzati da Cipriani per reperire le informazioni. E, soprattutto, Tavaroli difende i vertici dell’azienda. Nel corso dell’interrogatorio di venerdì scorso nel carcere di Voghera, esclude che i vertici di Telecom abbiano avuto nelle prorpie disponibilità conti correnti irregolari all’estero.
Per l’ex manager, dunque, non ci sarebbe stato alcun «fondo nero» riconducibile all’ex presidente Marco Tronchetti Provera e all’attuale amministratore delegato Carlo Buora, che questa settimana potrebbe trovarsi come testimone davanti ai pm milanesi. Un’ipotesi legata a un presunto tentativo di estorsione che avrebbe avuto come epicentro la Banca del Gottardo, e a suo tempo denunciato dai vertici di Pirelli Telecom. Perché, secondo l’accusa, la divisione Security diretta da Tavaroli avrebbe utilizzato il sistema «Radar» per acquisire dati su un gruppo di ex investitori dell’istituto svizzero, autori di un’e-mail anonima inviata tre anni fa a Tronchetti Provera, con la quale gli si chiedeva di intervenire per il recupero di un credito di 10 milioni di euro. Una «lettera» con cui si minacciava l’ex presidente - qualora non si fosse attivato - di rivelare la presunta riferibilità a due top manager del gruppo di alcuni «conti cifrati» in quella banca. Ma, davanti ai magistrati, Tavaroli ripete che nessun conto estero irregolare sia mai stato utilizzato da Tronchetti Provera o da Buora.
Nell’interrogatorio di garanzia dello scorso 22 settembre, invece, proprio Cipriani ha ricordato come il suo rapporto di lavoro col gruppo Pirelli-Telecom cominciò inizialmente con la sola Pirelli «quando c’era il dottor Sola», ma l’«exploit» - in termini di quantità di incarichi - avvenne con l’arrivo di Tavaroli in Telecom. «Non escludo - aggiunge però l’investigatore - che su alcune pratiche ci potessero essere informazioni non legali anche prima dell’arrivo di Tavaroli». E a proposito dell’operazione «Filtro» (con cui venivano «schedati» i dipendenti Telecom, e i candidati a un posto di lavoro), Cipriani spiega «di non averne discusso con altri dirigenti», perché «questo tipo di operazione era diventata una prassi che si perpetrava negli anni». Inoltre, ricorda il sistema di «pronta cassa» con cui venivano date somme di denaro anche a persone di Pirelli-Telecom indicate da Giuliano Tavaroli. Una prassi che ha inizio «dalla prima operazione, nel ’98», e la «richiesta veniva da Tavaroli. Le esigenze, per quanto di mia conoscenza e che riscontravo negli uffici, erano sempre per “quello deve partire per...”, ed erano appartenenti a una delle due aziende». Era Cipriani a pagare, perché - spiega lui stesso - «Tavaroli mi disse che si fa prima così». Altro particolare riguarda «un delicato incarico sulla Serbia», svolto per conto dell’azienda. «Il dottor Gallina - racconta Cipriani - mi diede un incarico sugli interessi di Telecom in Serbia. Lo svolsi, e ne furono molto contenti».