GLI INTERESSI INCONFESSABILI

Alcuni vizi della sinistra italiana riemergono con prepotenza nella polemica sul «caso» Unipol. Sono vizi antichi, più volte denunciati da chi alla sinistra è estraneo, ma anche da alcuni che se ne dichiarano simpatizzanti o militanti. I toni arroganti legittimati da una presunta nobiltà intellettuale, le rivendicazioni d’una diversità morale - austera e severa - da contrapporre alla volgarità e al malaffare del centrodestra sono da sempre le armi preferite del progressismo sofisticato e del girotondismo scalmanato.
Nelle vicende attuali l’approccio supercilioso dei Catone di turno ha, in confronto ad altre occasioni del passato, una caratteristica singolare. L’opposizione moraleggiante non può denunciare scandali altrui, non può profittare per fini elettorali - come è fisiologico che avvenga in politica - d’un infortunio degli avversari. L’infortunio è tutto suo, e se lo deve curare - se le riuscirà - in famiglia. Le conseguenze dell’affaire di Consorte e soci stanno dilaniando l’Unione. La quale, pur nelle attuali convulsioni, e pur dovendo riconoscere l’esistenza ai suoi vertici di connivenze e relazioni pericolose, non rinuncia da ultimo a lanciare proclami di superiorità. Nei guai, ma come sempre i migliori. Non foss’altro che per il richiamo a chi come Migliore è passato alla storia.
La prova più eloquente di questa pervicacia nell’atteggiarsi a primi della classe mi pare la si possa vedere in un recente scambio di battute tra Berlusconi e Prodi. Il Cavaliere aveva parlato - a proposito d’Unipol - d’un «intreccio inaccettabile tra giunte rosse e mondo delle cooperative». Immediata la replica del Professore: «Uno come lui è meglio che non parli di politica e affari». Nulla, cioè, sul nodo della questione e invece un’intimazione a parlare d’altro: perché il Presidente del Consiglio non è autorizzato a toccare questi argomenti, non è degno. Lui deve tacere per il «conflitto d’interessi», e se hanno un po’ di buon senso è meglio che stiano zitti anche i berlusconiani minori, vil razza dannata. Che bel mondo sarebbe quello in cui viviamo - è un’idea fortemente radicata da certe parti - se il centrosinistra fosse il solo ad interloquire, e gli altri si limitassero ad ascoltare.
Non nego le difficoltà che il conflitto d’interessi ha generato. Ma si è trattato d’una situazione che era alla luce del sole, evidentissima, nel momento stesso in cui il Cavaliere è entrato in politica, che da allora gli è stata incessantemente e non irragionevolmente rinfacciata, che gli elettori hanno potuto valutare a lungo ed esaurientemente: e che tuttavia non ha impedito alla maggioranza del Paese - nel 1994 e nel 2001, se vogliamo anche nel 1996 quando la differenza favorevole all’Ulivo la fece la legge elettorale - di votare per Berlusconi.
Nulla vieta di credere che gli elettori abbiano sbagliato. Ma non si pretenda che abbiano fatto la loro scelta per dabbenaggine. È un vecchio giuoco. Anche nelle leggendarie politiche del 1948 si sostenne, a sinistra, che la Dc aveva vinto grazie alle beghine, ai parroci, ai comitati civici, all’Italia incolta. Le beghine etc. decisero che era meglio stare con gli Usa, le teste d’uovo del Fronte popolare ritenevano che fosse meglio stare con Stalin.
Il conflitto d’interessi di Berlusconi è a carte scoperte. Ma i contatti di Fassino con manovre di alta e molto spregiudicata finanza, la contiguità tra certi schieramenti politici ben individuati e un tipo come Consorte erano dissimulati, e in pubblico negati con indignazione. Si convinca Prodi: Berlusconi ha molti torti e difetti. Troppo ricco per non essere criticato. Ma non togliamogli il diritto, come governante e come cittadino, di deplorare intrecci torbidi e segreti che adesso sono sotto gli occhi di tutti.