interinale

L’ultima strategia per stupire il pubblico è creare locali, negozi e alberghi «a tempo determinato»: restano aperti per qualche settimana e poi si trasferiscono in un’altra città

Non sono fatti necessariamente per comprare. La maggior parte della gente ci va per prendere ispirazione, trova idee per crearsi uno stile personale, per l’abbigliamento come per la casa. I concept store sono una sorta di rivista, di magazine tridimensionale, dove il direttore sceglie accuratamente i pezzi e li accosta in modo personale, unico. Pioniera assoluta Carla Sozzani che da quasi trent’anni detta legge da Milano con il negozio-galleria-albergo-ristorante «10 Corso Como». Una sorta di Vogue «vivente» (non per altro la versione cartacea è diretta dalla sorella Franca).
«Spazi come questo sono creati da figure dotate di forte personalità che si pongono in maniera “editoriale” nei confronti del consumatore. Girano il mondo e propongono una visione personale dello stile e del mondo della moda, del design, della musica, della letteratura. Alla fine è come se il consumatore sfogliasse una rivista», spiega Luisa Aschiero, esperta tendenze della distribuzione al centro Future Concept Lab di Milano.
«Esperienze come queste - continua la Aschiero - di solito si trovano in grandi città, aperte e ricettive, come Milano, dove è nato un altro grosso concept store, quello di Rossana Orlandi». Un punto di riferimento per chi è alla ricerca della novità, non necessariamente griffata, un po’ come Colette per Parigi. Il concetto di negozio «aperto» ad altre esperienze che vanno al di là dell’acquisto nudo e crudo, spiega la Aschiero «è nato da marchi come Prada e Apple e Nike. Tre realtà innovative anche se in modo molto diverso fra loro». Se Prada propone «una visione culturale diffondendo l’idea che l’arte si sposi al commercio», la casa di computer americana trasforma i propri negozi «in laboratori ricchi di eventi e corsi», mentre Nike «si avvicina alla cultura giovanile: infatti a Londra e New York ha aperto degli studios dove ognuno può personalizzarsi le scarpe». Un marchio, per essere innovativo, conclude Luisa Aschiero, deve infatti «comunicare nei propri punti vendita in modo unico, riconoscibile all’istante, molto legato al proprio Dna».