Interisti, milanisti, atalantini. Tutti uniti per spaccare tutto

Milano - Siamo italiani. Sempre. Anche da ultrà. Per riscoprire una vera fratellanza, per ritrovare un sentire comune, ormai ci serve qualcuno da odiare. Allora crollano differenze e diffidenze, i diversi si capiscono e gli opposti si toccano: tutti uniti contro l’odiato nemico comune. Lo si era intuito già dopo Raciti, è confermato subito dopo il delitto dell’autogrill: per rimettere calmi tra loro gli ultrà, per impedire che si affrontino a bombe carta e a coltellate, basta fornire un semplice collante, più formidabile del Vinavil: il poliziotto.

La nuova era del tifo militante e militare è aperta: basta con i monotoni scontri di bandiera, gli uni contro gli altri a difesa di un colore o di un campanile. Adesso, tutti uniti e fronte comune contro gli uomini in divisa. Che Inter-Lazio venga annullata, in fondo, interessa al tifo familiare e ai palati fini dello sport. Invece per loro, i marines e i lagunari dell’esercito ultrà, è solo il momento di chiarire la nuova ideologia. Pochi attimi dopo l’annuncio ufficiale, comincia così la partita vera, quella che realmente interessa loro, più di qualunque Inter-Lazio, di qualunque finalissima: la partita per stabilire chi davvero sia il più forte, chi davvero comandi, oggigiorno, nel calcio. A sera, aggiungendo Bergamo, aggiungendo Roma, aggiungendo pure tanti campi di C, la lunga partita li premierà con un risultato eclatante. Una goleada, un cappotto. Oggettivamente, qualcosa di epocale.

«Amato dimettiti», primo striscione. Subito dietro, il secondo: «Per Raciti avete fermato il campionato: un tifoso morto non ha significato». Vengono confezionati a velocità incredibile. Poi via, in corteo, lungo i piazzali di San Siro. Con i tifosi dell’Inter, anche qualche laziale: i pochi che sono riusciti ad arrivare in zona (quelli dei pullman vengono deviati prima ancora di arrivare allo stadio).
Tensione subito alta. I primi cori inneggiano a Gabriele, per il corteo eroe e martire della dura guerra contro lo sbirro, per tutti quanti noi un povero ragazzo ammazzato nel modo più inverosimile e inaccettabile, mentre ancora assapora il meglio degli anni. Ma non c’è spazio e tempo per riflessioni troppo umane, oggi. C’è molto lavoro da sbrigare. Prima di tutto, i cameramen e i giornalisti. Volano schiaffi, calci e sassate. Un operatore del Tg4 finisce al pronto soccorso. Il nostro Silvestri e un collega di «Repubblica», quasi.

È quasi surreale: mentre tutto questo avviene, l’odiato nemico - gli odiosi poliziotti - lasciano la zona. L’ordine pubblico, qui, non è più una priorità. Tema libero. Ai capi del corteo viene l’idea originale: visto che loro se ne vanno, noi andiamo a cercarli. Se Maometto non va alla montagna, sarà la montagna a muoversi. Eccola in via Novara, davanti al commissariato di zona: una buona mezz’ora di cori, insulti, sassate, vetri infranti. Al pellegrinaggio, ma tu guarda la forza di certi tam-tam, si uniscono anche i devotissimi ultrà del Varese, giunti precipitosamente per non mancare al memorabile match.

La giornata è ancora lunga. E la partita molto intensa. Il serpentone dei tifosi punta verso il centro. Nuova tappa, la sede Rai di Corso Sempione. Anche qui una fermata significativa. A parte qualche lacrimogeno, non c’è violenza. L’importante è che la televisione di Stato alzi le antenne. E apprenda per bene il senso profondo, il significato vero. Tutto si riassume nello slogan più chiaro, che meglio mette a fuoco l’obiettivo della nuova era ultrà: «Noi vogliamo un altro Raciti». Il poliziotto ideale, in questa nuova era, è quello sottoterra.

Intanto arrivano le notizie da Bergamo. E non solo le notizie. Arrivano anche ultrà orobici, gli stessi che fino a qualche tempo fa erano accolti dagli interisti buttando i motorini dalle gradinate di San Siro, ma che ora sono anch’essi fratelli di sangue, tutti uniti attorno allo stesso valore supremo, questo odio capace di appianare ogni diversità e ogni spigolo, un odio superiore contro lo stesso nemico, il fetentissimo sbirro. La nuova idea che nasce è sublime. Qualcosa di umanamente impensabile, soltanto pochi mesi fa, diciamo nell’epoca pre-Raciti: puntare verso piazza Duomo e organizzare una manifestazione tutti assieme, persino con i gruppi del Milan, reduci dall’epico pomeriggio bergamasco, e magari pure con quelli del Brescia, annunciati lungo l’A4. Un raduno ecumenico, come non s’era mai visto prima. Tutto il tifo lombardo, da sempre diviso, rivale, intollerante, improvvisamente ricompattato in piazza Duomo, nel cuore del capoluogo, perché si sappia chi comanda davvero, oggi, sul calcio. In realtà non sono tantissimi, ma aprono una nuova epopea. Gli ultrà svoltano. Miracolo a Milano.

Come sia possibile, questo prodigio, è molto chiaro. Siamo italiani, persino da ultrà. Non avendo più niente di costruttivo a tenerci insieme - un’idea, un sentimento, un progetto - riusciamo a fraternizzare soltanto per qualcosa di distruttivo. L’odio contro un nemico comune. Allora odiamolo, questo odioso poliziotto. Gli interisti con gli atalantini, i romanisti con i laziali: tutti assieme, appassionatamente, senza più confini e barriere. Sia chiaro: questo è solo l’inizio.