Internet è libertà Censurarlo è come ucciderlo

CHANCE Il motore di ricerca offre per sua natura a chiunque la possibilità di diventare un autore. Impedirlo è cancellare l’identità della Rete

Non è agevole esprimersi all’indomani di una sentenza, dato che al momento non si conoscono le motivazioni del giudice. Sembra però difficile che gli argomenti usati dal magistrato possano molto dinanzi alla constatazione che i dirigenti di Google sono stati condannati a seguito di atti commessi da altri. Infliggere sei mesi di prigione a chi gestisce uno spazio espressamente concepito per ospitare contenuti prodotti dagli utenti (user generated content) sarebbe un po' come togliere punti alla patente ai dirigenti della Hertz per l’eccesso di velocità di quanti prendono a noleggio un’autovettura. Come ha rilevato Massimiliano Trovato, se si condanna Google, perché non si colpisce anche «il provider dell'accesso attraverso la cui rete il video è stato diffuso, o persino la compagnia elettrica che alimentava il computer che ha effettuato l'upload»?
In sostanza, qui abbiamo un puro contenitore come YouTube - di proprietà di Google - che rischia di essere equiparato a una testata giornalistica, quasi a ritenere che la responsabilità per ciò che viene messo on-line dagli utenti debba essere attribuita anche ai dirigenti dell'impresa. Ed è come se, per continuare con le analogie, il giorno che affittassi una sala di proprietà comunale e mi mettessi a proiettare diapositive che riguardano altre persone venisse inquisito anche il sindaco. La condanna, in effetti, non è per diffamazione (come avrebbe voluto il pm), ma solo per illecito trattamento dei dati personali. Quello che dunque sembra profilarsi dopo la sentenza è un mondo in cui ogni sito che accolga immagini debba ottenere l'approvazione di tutti i soggetti coinvolti. Chi frequenta Facebook comprende subito come ciò sia impossibile.
I diritti della persona offesa vanno sicuramente tutelati, ma non si capisce per quale motivo si debba attribuire una simile responsabilità a un'azienda che in nessun modo sceglie i contenuti del sito. Impostare le cose in questo modo significherebbe negare la possibilità di quel servizio, che per sua natura offre a ognuno la possibilità di essere un autore e quindi, fino in fondo, chiamato a rispondere di quanto fa. I dirigenti di Google, avuta notizia della presenza del video offensivo, l'hanno rimosso. E cos'altro avrebbero dovuto fare? E come potrebbe sopravvivere la rete, con la sua libertà, se si immaginasse una censura preventiva di ogni contenuto che in essa viene pubblicato?
Il diritto è un insieme di pratiche chiamate a disciplinare la società, proteggendo i singoli nei più vari contesti. Ma questo può avvenire solo se si comprendono le diverse realtà in ciò che hanno di specifico, e se quindi ci si avvicina alla rete con la consapevolezza che è un ambito in cui quella «presunzione di colpevolezza» che ad esempio ci obbliga a mostrare la carta di identità quando entriamo in un Internet point (un'anomalia tutta italiana) è inammissibile. O si sceglie Internet e le libertà che lo sostanziano, oppure si sarà costretti a farne a meno.