«Internet? Non è uno strumento necessariamente democratico»

Non è detto che internet, o la tecnologia della comunicazione in generale, rappresentino una garanzia democratica. Anzi, molto spesso è vero il contrario, come dimostra l’uso perverso del web che fanno Paesi nient’affatto democratici, come la Cina o la Corea del Nord: qui gli spazi di intrattenimento on line sono utilizzati proprio per consentire a uno Stato padrone di tenere sotto controllo cittadini che devono essere mantenuti nella condizione di sudditi.
È la tesi, assai ben argomentata, sostenuta da Evgeny Morozov nel suo recente libro «L’ingenuità della rete - Il lato oscuro della libertà di internet», da pochi giorni uscito anche in Italia per Codice Edizioni. Morozov - giornalista esperto di geopolitica nato nel 1984 in Bielorussia, Paese europeo tuttora dominato da un’infausta dittatura di stampo post-sovietico - contesta l’opinione diffusa secondo cui le tecnologie digitali svolgerebbero un ruolo fondamentale nella diffusione della democrazia, come è stato detto nel caso della fallita rivolta iraniana del 2009 e in quello più recente della «primavera araba». A suo avviso, i social network producono quelli che lui chiama «rivoluzionari da poltrona», mentre per garantire forme efficaci di cambiamento sociale è indispensabile rimanere solidamente calati nella realtà.
Soprattutto, sostiene Morozov, è necessario comprendere che sempre più i regimi dispotici utilizzano ai loro fini quella stessa tecnologia che i «cyber-utopisti» ritengono «buona» per definizione: meglio mantenersi invece «cyber-realisti», e aver chiaro in mente che pensare a Twitter e a Facebook come cruciali propagatori della democrazia è un errore fuorviante.