"Internet è la nuova piazza. Il coprifuoco è un pericolo"

Alberto Mingardi, fondatore dell’Istituto Bruno Leoni ed esperto osservatore della Rete: "La censura alimenta gli estremismi". E sull'istigazione a delinquere "le leggi ci sono già"

Roma - Tartaglia aggredisce Berlusconi, poi carnefice e vittima incendiano il web. Su Facebook si moltiplicano i gruppi che inneggiano all’aggressore. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni parla di «squadrismo fascista» su internet. E valuta di presentare in Consiglio dei ministri «misure per l’oscuramento dei siti» su cui prolifera la violenza da tastiera. È la risposta giusta al fenomeno? No, perché non siamo di fronte a un contenuto editoriale, il paragone non è con i giornali ma con la piazza, sostiene Alberto Mingardi, fondatore dell’istituto Bruno Leoni, centro studi liberista, e osservatore delle dinamiche del web. «Maroni - esordisce - è un ottimo ministro, non a caso non ha mai pensato a leggi speciali per proibire la produzione o la vendita di miniature del duomo di Milano per impedire nuove aggressioni. Quel modellino è stato lo strumento che ha ferito Berlusconi, e i social network non sono che strumenti: luoghi in cui la gente può aggregarsi ed esprimersi».

Augurando la morte al premier, o «santificando» l’uomo che l’ha aggredito.
«Sciocchezze se ne dicono nei bar come su internet. La colpa non è né dei bar né di internet. Certo, c’è il fatto inquietante, sociologicamente indicativo, del proliferare di gruppi spontanei su Facebook. Ma si può anche notare come rapidamente i gruppi “pro Berlusconi” abbiano superato quelli dei fan di Tartaglia. Con i social network si vede velocemente l’emergere di un fenomeno, la risposta di un pezzo di società - quella che usa internet - rispetto a quanto accade nel mondo».

Blog, Facebook, Twitter sono «spie» dell’opinione pubblica?
«Sono un termometro delle tendenze. Uno strumento che si presta all’uso politico, come si è visto con Obama. Un network è una rete, composta di piccoli snodi, creati momento dopo momento, liberamente, da persone che rappresentano quanto di più alto e di più bello (ci sono fan di Glenn Gould, non solo di Tartaglia, su Facebook), oppure cose ben meno commendevoli. Grazie a questi strumenti, possiamo guardare dentro la società come non abbiamo mai fatto».

E una norma non orienta reazioni. A meno che non incarnino un reato.
«Ovviamente no. Non possiamo proibire l’idiozia. E se c’è una concreta istigazione a delinquere, le leggi ci sono già. Solo allora bisogna chiedere la rimozione del contenuto penalmente rilevante. E bisogna capire che quando c’è, la responsabilità penale è personale. Le multe per eccesso di velocità non le paga la società Autostrade. Non si possono incolpare le infrastrutture per gli errori degli utenti».

Ma sono queste a dare a quel contenuto visibilità e fruibilità.
«Ma questi non sono contenuti editoriali, non c’è una scelta delle notizie o dei contenuti che cade dall’alto, non c’è un sommario, non c’è un direttore. Gli stessi utenti si esprimono, e decidono quali contenuti sono i più visti o letti. Se il governo considera i contenuti di un gruppo di Facebook come fossero contenuti editoriali, sbaglia oggetto: il paragone non è il giornale, ma la piazza. Eppure YouTube è sotto processo per un video che mostra sevizie a un ragazzo down. Però rispetto al filmato il problema non era tanto che fosse guardato, ma che qualcuno avesse commesso quell’azione».

C’è anche il problema di eliminare i contenuti, e il rischio dell’emulazione.
«Gli anticorpi ci sono già: il video è stato rimosso perché segnalato dagli stessi utenti come inappropriato. Stessa cosa è capitata su Facebook per alcuni gruppi inneggianti all’aggressione. Il meccanismo di eliminazione, come quello di conferimento, avviene dal basso: è affidato al buon senso e all’intelligenza degli utenti. Non è una cosa da fare per legge».

Ma se manca il buon senso?
«Ovviamente ci sono quelli che non si rendono conto di quello che scrivono. È un modo di intervenire nel dibattito pubblico che ha un costo molto basso, quindi si è meno cauti nel valutare le conseguenze. Ma immaginare una legislazione speciale sarebbe come vietare le piazze. Queste sono le nuove piazze, che facilitano espressione e aggregazione».

Il coprifuoco non è la risposta.
«No, né lo è l’oscuramento: fa sempre male alla democrazia. Lo sa bene chi ne fu vittima perché spezzava il monopolio della Rai».
Le manifestazioni potenzialmente violente, in piazza, si proibiscono.
«Attenzione. In una piazza virtuale non si danneggiano né cose né persone, ci sono solo parole. Magari sgradevoli, stupide. Ma parole. Semmai è la proibizione che diventa un elemento di straordinaria forza per gli estremismi».