Miracolo, si parlano

Dopo più di 40 giorni Bersani si accorge che il centrodestra non è "impresentabile" e fa l'unica cosa sensata: vede il Cavaliere

Dunque, come ovvio, il Pdl non è un partito di impresentabili, come l'aveva definito in diretta Rai Lucia Annunziata, una collega che, oltre a essere faziosa in politica, non ne azzecca una. L'ammissione arriva direttamente da Bersani che ieri, dopo un tira e molla durato oltre 40 giorni, ha fatto l'unica cosa che aveva senso fare fin da subito, cioè accettare di sedersi al tavolo con Silvio Berlusconi. Ufficialmente all'ordine del giorno c'era l'elezione del nuovo presidente della Repubblica, ma è ovvio, anche se gli interessati negano, che si sia parlato di governo e di reciproche garanzie. Già, perché le due cose vanno di pari passo, perché il Pdl reclama una scelta che bilanci l'innaturale occupazione delle poltrone istituzionali da parte della sinistra (Camera, Senato, Corte costituzionale, governo), ma soprattutto perché Bersani, politicamente in bilico, è alla disperata ricerca di rassicurazioni sul suo futuro personale che possono arrivare solo dal nuovo inquilino del Quirinale.

L'incontro di ieri è un fatto di buonsenso, mi auguro non l'inizio di un nuovo inciucio. In politica i rivali si parlano e trattano, ma andare oltre sarebbe un autogol per il centrodestra. Condividere pienamente un governo con una sinistra ideologica e ostaggio dei comunisti non porterebbe da nessuna parte e, cosa più importante, non sarebbe utile al Paese. Via l'Imu, meno tasse e meno Stato: questo ha convinto buona parte dei liberali a rivotare il Pdl dopo la delusione dell'appoggio al governo Monti. Anche piccoli passi indietro per blandire Bersani e Vendola sarebbero incomprensibili, un suicidio che riporterebbe il consenso più verso il dieci per cento che sopra il trenta come sarebbe necessario.

E allora? Credo che il massimo della concessione, in cambio di un capo dello Stato condiviso, potrebbe essere assecondare Bersani nel suo tentativo di salvarsi da Renzi. Cioè andare al voto quanto prima in posizione di forza all'interno del Pd, per esempio come presidente del Consiglio che ha ottenuto, con un governo monocolore di sinistra, la fiducia della Camera ma non quella del Senato. Se si verificasse una simile circostanza, il neo presidente della Repubblica non potrebbe fare altro che sciogliere le Camere a maggio e indire nuove elezioni, non dando così il tempo a Renzi di completare la conquista del partito e diventare il prossimo sfidante del centrodestra. Fantapolitica? Per quello che ne sappiamo, non proprio.