Delitto di Garlasco: più che giustizia, roulette russa

A Garlasco come a Perugia: imputati arrestati, poi assolti e alla fine la Suprema corte fa ripartire da capo. Un assurdo gioco dell’oca

La grande giostra ricomincia. Dopo Perugia, ora si riapre anche il giallo di Garlasco. Prepariamoci ad una nuova ostensione dell'imputato, ad un'ulteriore sfilata della famiglia della vittima, costretta in un dolore che non esce dal recinto di spine della cronaca, ad altre analisi e discussioni sul capello e sulla bicicletta e alle chiacchiere sempre più scoraggiate dell'opinione pubblica. Che attende giustizia ma sente rimbombare dalla tv e dai giornali gli stessi nomi, gli stessi sospettati, le stesse storie di morte. Una sorta di via crucis componibile. Via Poma, Garlasco, Perugia, il caso Yara.
Orrori senza fine e quando, per caso, il colpevole salta fuori, si scopre che la soluzione era a portata di mano, quasi banale, e perfino ovvia: come nella vicenda dell'Olgiata con il maggiordomo filippino, smascherato dall'ennesimo esame del Dna, che sarebbe stato il colpevole, con la c maiuscola, anche in un qualunque romanzo dell'Ottocento. E invece la nostra giustizia e i nostri apparati investigativi continuano, spesso e volentieri, a perdersi dietro congetture dietrologiche e teoremi labirintici, ma soprattutto le troppe inchieste finite in nulla e i troppi processi impantanati rivelano che manca il passo necessario per risolvere rebus e sciarade. Ci vorrebbe un passo sicuro e veloce, invece si procede in ordine sparso e con balbettii.

Gli esperti arrivano tardi, quando le prove sono già state compromesse, contaminate, sprecate. Polizia e carabinieri sono spesso in disaccordo fra di loro, secondo una trita consuetudine centenaria, e la polizia giudiziaria esplora le piste possibili con il guinzaglio corto impostole dalla legge che le ha messo addosso il collare della dipendenza dalla magistratura. Si sopravvaluta la prova scientifica, che proprio a Garlasco ha sommerso come il diluvio la magistratura con risultati contrastanti e contradditori, si perde il metronomo delle prime ore, quelle decisive per dare un volto ad assassini che poi, col trascorrere del tempo, si costruiscono alibi di ferro e maschere altrettanto impenetrabili.

A Garlasco l'inchiesta, lenta e farraginosa, è rimasta stritolata dentro la più paradossale delle tenaglie: l'assenza di una prova da ko contro Stasi, la latitanza assoluta, nel deserto di quel 13 agosto 2007, di una qualunque pista alternativa a quella del fidanzato. E così, nell'acqua stagnante di quella palude, Stasi non è andato a fondo, ma anzi ha recuperato la riva rassicurante della sua routine.

Ora la lotteria prevede un altro giro, un altro capitolo, un altro show. Doveroso. Ma diventa arduo capire come tutto questo sforzo possa approdare dove non si è giunti nell'arco di sei anni. Leggeremo le motivazioni della Suprema corte e speriamo d'ingannarci: ma è facile prevedere nuove, accanite e inconcludenti dissertazioni sulla camminata miracolosa di Stasi, là in mezzo alle macchie del sangue di Chiara; e poi, forse, analizzeranno la famosa bicicletta che però ha ormai fatto la ruggine e dovrebbe stare più che in un Palazzo di giustizia o in un gabinetto della Scientifica al Museo della scienza insieme al glorioso Toti. Ci saranno probabilmente nuove perizie, anzi superperizie, col rischio che i prossimi esperti - i dibattimenti in corte d'assise assomigliano sempre più ad affollati congressi scientifici - sconfessino i colleghi che li hanno preceduti in un'altalena altrettanto sconcertante. E poi ancora attrezziamoci per le disquisizioni sul sorriso di Stasi: freddo, distaccato, forse intimidito. Chissà. Lui, Alberto Stasi, è il prototipo dell'imputato italiano: quasi colpevole e però sempre a un passo dall'innocenza, ammanettato e subito scarcerato, sul punto di essere archiviato e invece rispedito davanti ai giudici. Insomma, un pasticcio. E se per caso si dovesse arrivare ad un verdetto di colpevolezza, questo farebbe a pugni non con una ma con due sentenze di assoluzione.

E per la nostra sgangherata giustizia, al di là delle parole di circostanza sulla fisiologia processuale, sarebbe l'ennesima figuraccia.