Lo Strapaese del provincialismo

È più facile abolire lo Stato italiano che la Provincia di Isernia

Ma io lo sapevo. È più facile abolire lo Stato italiano che la Provincia di Isernia. Per una serie di ragioni, più una principale. Per cominciare, ogni volta che vuoi abolire una provincia non scendono in piazza euforici gli italiani, ma scende furiosa in piazza solo la parte lesa, la Provincia condannata a morte. Compatta. Presidenti, sindaci, prefetti, partiti e sindacati, curia e Pro loco, perfino il maresciallo e il parroco. E i dipendenti, tutti casi umani. Poi si oppone, come è ovvio, il parlamentare locale che trascina un pezzo del suo partito.

Poi si oppone, come è suo mestiere, l'opposizione. Poi lo vieta, come s'è visto, la Corte costituzionale. Ma non basta. Se vuoi sopprimere le Province più piccole, intervengono il Telefono azzurro, il Tribunale dei minori, poi la Caritas e non è escluso un accorato appello del Papa. Si oppone anche la capitaneria di porto perché è vietata la strage di novellame, che riguarda appunto i pesci piccoli come le province minori. Sul piano filosofico si oppone Emanuele Severino che sostiene l'eternità di tutti gli enti e dunque l'impossibilità di ridurre l'essere al niente, fosse pure la piccola Provincia d'Isernia.

Ma la ragione principale è che siamo un Paese provinciale, la nostra gloria e la nostra miseria sono nella provincia. Il provincialismo è la nostra vera essenza e la nostra cultura. Per definire l'Italia pure Dante usò due parole chiave: provincia e bordello. Siamo rimasti un Paese dantesco, in ambo i lati. (Comunque insisto, io abolirei le Regioni)

Commenti

Nadia Vouch

Ven, 05/07/2013 - 15:42

Della provincialità della provincia ci si accorge solo quando a qualcuno viene data l'opportunità di allontanarsene.

Ritratto di michele lamacchia

michele lamacchia

Ven, 05/07/2013 - 15:56

NADIA VOUCH, bravissima, questo è un aforisma di annotare!

Ritratto di michele lamacchia

michele lamacchia

Ven, 05/07/2013 - 16:29

Nella mia città, sopravvive (ma, ormai, di stenti) una vecchia locuzione interrogativa: “ma che, vieni dalla provincia?” Ovvio l' intento di svilire l' interlocutore, mettergli in dubbio l' intelligenza a pro di una rocciosa testardaggine, rilevare una ottusa rigidità mentale, un' apertura ristretta, una arretratezza frenante e quant' altro, in questi sensi, cattivi e nocenti, ci viene in testa di dire a noi cittadini che ci sentiamo carismaticamente avanzati. Specie se viviamo sul mare; circostanza che autorizza la nostra perversione a dire pure: “ma che, vieni dalla montagna?” Il provincialismo - anche nella sua variante provincialità - pare un termine coniato apposta per marcare l 'esclusione territoriale (o anche mentale) dai fasti del glamour cittadino, è il retroterra lontano dallo chic che non imita e che si fa imitare, è il distante dal centro attrattivo, è il satellitare. Eppure, oggi, si scopre di peggio: il terrore di apparire provinciali che spinge ad aperture insulse, ad accettare con un sorriso scafato porcherie di ogni genere, ad accettare regole e modi di fare irragionevoli scelte su indicazione di maître à penser per essere il più possibile all'avanguardia, a distanza di sicurezza dal nostro orticello e, soprattutto, apparire: sembrare prima di tutto ciò che non siamo, in un' ansia imitativa che ci angoscia e ci sistema in zona promozione per essere à la page. E diventiamo più provinciali dei provinciali. E senza accorgercene, diventiamo anche ridicoli. Personalmente, je m' en fous. “Il provincialismo è qualcosa di più dell'ignoranza. È ignoranza più una volontà di uniformità. È una malevolenza latente, spesso una malevolenza attiva, e l'odium teologicum ne è solo un aspetto. È molto insidioso, ed uno raramente può esserne libero, anche tenendo gli occhi aperti”(Ezra Pound)

Nadia Vouch

Ven, 05/07/2013 - 17:04

Per #michele lamacchia. E' vero che per fare i saputelli si dice "non son venuto dalla montagna con la piena". Si dicono molte cose, in giro, in Italia così come nel Mondo. Ogni luogo di questa Terra ce l'ha con qualche altro luogo della stessa Terra. Tragico, ridicolo, ma reale. Capita ad un cittadino di andare in campagna a risiedere e di essere là considerato secondo diverse fattispecie. Se il Tizio è persona importante, di rilievo sociale, magari con buon reddito, tutti ne saranno incuriositi e poi scatterà l'ossequio. Se lo stesso cittadino, pinco palla andrà lì, senza "la posizione", scatterà la curiosità, ma i comportamenti saranno poi fluttuanti. Si ricorda la canzone "Bocca di rosa" del grande De Andre'? Bene, sarà circa uguale. Nel senso che se sei qualcuno, se hai denaro, se hai posizione, puoi vivere dove (e come) ti pare. Altrimenti, no. Quindi, anche la provincia conosce le sue sfumature, che sono le sfumature dell'animo umano. Un grattacielo, anche se sembra toccare il cielo, resta solo un'illusione ottica e un'ottima opera architettonica e di ingegneria. Magari di qualcuno venuto dalla provincia. Un abbraccio.

sorciverdi

Ven, 05/07/2013 - 18:06

Concordo con Veneziani sull'assurdità che ormai ci sia tantissima gente pronta a difendere con ogni mezzo il proprio orticello ma il grande campo di tutti, il suolo che appartiene all'intera Nazione, quello non lo difende nessuno. Non che oggi il grande campo che è questo Stato sfasato rispetto alla Nazione meriti di essere difeso, anzi, ma ancor meno lo merita l'orticello per la sua inutilità gobale oltre che perchè è lì che si annida il coacervo di interessi che crea queste resistenze da Carroccio Medievale. E' lì, in quei luoghi che si chiamano Comuni, Provincie e Regioni che crescono e si allenano i futuri Inutili Nazionali, gli schiacciabottoni a comando che si reputano statisti ma che, per ciò che valgono, andrebbero mandati a pulire le strade con la ramazza! Ricordo Malagodi, quel colto politico che fu il grande segretario di un numericamente piccolo partito, il PLI, quando si schierò contro le regioni tanto volute da PCI e DC che le vedevano come territori di caccia privati; ricordo che disse che il costituirle avrebbe creato delle ennesime mangiatoie. Sagge parole ma il PLI lo votavano in pochi perché la maggioranza era persa fra due grandi amori, il PCI e la DC, che poi sono quelli che ci hanno portati al disastro in cui ci troviamo. Con una differenza, però: la DC è andata soggetta ad una giusta diaspora mentre il PCI si è limitato a cambiare nome svariate volte in un giochetto di matrioshke la cui faccia esterna era quella di Stalin mentre l'ultima, quella più interna, è quella incolore delle grandi lobby finanziarie d'oltreoceano. E allora se vogliamo davvero eliminare la CASTA, bisogna cominciare col tagliare il suo luogo di reclutamento delle truppe cammellate e cioè Comuni, Provincie e Regioni affidandole a tecnici incaricati dallo Stato. Tecnici che non siano in alcun modo legati ai partiti tanto non venitemi a dire che c'è bisogno di politica per tenere in ordine strade e fognature o per annaffiare e potare gli alberi del verde pubblico! Quei funzionari, come gli Ufficiali dei Carabinieri, non dovrebbero essere del luogo ed ogni tre anni dovrebbero ricevere un ordine di trasferimento verso una nuova destinazione...in questo modo niente camarillas e affari poco trasparenti dietro le quinte. Ma se proprio dobbiamo scegliere fra quelle tre dannose istituzioni, mi schiero con Veneziani: basta Comuni (buoni solo ad alimentare uno stupido guelfoghibellinismo locale) e basta Regioni mentre si potrebbero tenere le Provincie, sotto forma di Comuni allargati, per svolgere tutte le necessarie funzioni quali anagrafe, stato civile, controllo del territorio, etc. Va da sé che andrebbero aboliti Vigili Urbani e Vigili Provinciali demandando alle stazioni di Carabinieri e Polizia di Stato, opportunamente potenziate, anche quei compiti che ora vengono affidati a divise diverse e quindi amplificando i costi. Bene, tutto qui. Concludo ribadendo che trovo ottima l'osservazione di Veneziani sul provincialismo che poi altro non è, quando portato a livello nazionale, che il veleno che trasforma l'agone politico in un Circo Massimo dove Guelfi e Ghibellini si affrontano davanti a un pubblico che applaude gli uni o gli altri mentre i barbari sono già alle porte!

sphinx

Ven, 05/07/2013 - 18:22

Beh,no, pur con tutta la simpatia che ho per lei, caro Veneziani, devo dire che stavolta è stato lei a fare una gaffe: Dante rimprovera all'Italia di non essere più Signora di Province... cioè di Province dell'Impero: niente a che vedere con la povera Isernia o altre ripartizioni provinciali (queste sì) del bordello Italia.

Ritratto di Euterpe

Euterpe

Ven, 05/07/2013 - 18:41

Una breve nota sentimentale:la parola 'provincia' mi evoca il mondo di Gozzano,la 'Signorina Felicita','le piccole cose di pessimo gusto', una visione idilliaca di un piccolo mondo antico ormai estinto,che io non ho conosciuto se non attraverso le letture e le parole di qualche nonna.So dell'inutilità del ripiegamento sulla nostalgia,ma qualche cedimento ci sia permesso, a noi che viviamo sospesi tra il tutto e il nulla.

Ritratto di Luca Scialò

Luca Scialò

Ven, 05/07/2013 - 18:52

Il nostro Paese ha nel DNA la disgregazione amministrativa e territoriale. Per secoli siamo stati divisi in Stati, Principati e Regni, dunque ci vorranno altrettanti secoli per renderci davvero uniti. Lo diceva anche Totò nella famosa lettera dettata a Peppino: "dicono che noi siamo provinciali..."

Nadia Vouch

Ven, 05/07/2013 - 19:47

Per #sorciverdi. Nel frattempo, intendo dagli Anni Settanta e quindi dalla costituzione delle Regioni, alcune di esse hanno funzionato discretamente, pochissime bene, altre per nulla. La vedo dura tornare indietro. Regione e Provincia e Comune ormai fanno parte di un assetto. Se si leva l'una, zoppica l'altra/o. Una catena non più scioglibile. Ce la raccontano, la storia degli scioglimenti, per attrarre voti a seconda delle elezioni di turno.

Antonio43

Ven, 05/07/2013 - 23:39

Non faremo in tempo mai a diventare una vera nazione, è come al tempo delle invasioni barbariche, siamo alla fine di un epoca, ci aspetta un nuovo medioevo. Dovranno passare molte generazioni prima di assorbire, amalgamare i milioni di persone che si stanno riversando nel mondo occidentale e noi italiani saremo sempre allo stesso punto, incompleti, in ritardo. Per esempio: chi li fermerà i cinesi? Noi no, un pezzettino alla volta se la stanno comprando tutta l'Italia, meno male che hanno capito che il mondo si può conquistare senza le armi e senza il libretto di Mao. Ma molto probabilmente, come al solito, non ci capimmo niente con la rivoluzione cinese, altrimenti non saremmo ora quasi nelle loro mani, ma tempo al tempo, altro che comunisti. Quindi noi italiani anche quando saremo mezzi neri o mezzi gialli o col turbante in testa, sempre come adesso saremo, il nostro processo di maturazione sarà sempre interrotto.

Ritratto di sydneysider

sydneysider

Sab, 06/07/2013 - 11:07

sono d'accordo, sarebbero da abolire le regioni e mantenere le provincie. La nostra ricchezza e' li'. In un mondo che tutela le differenze perche' cancellare veronesi e vicentini, aretini e senesi, baresi e leccesi e cosi' via? In UK e Francia la base dello stato sono enti simili alle provincie (contee/shires e prefetture)

Ritratto di michele lamacchia

michele lamacchia

Sab, 06/07/2013 - 11:38

Tanto per restare in tema. A volte, mi viene da pensare che questo nostro diffuso rifiuto - istintivo o emotivo – ad assumere finalmente la dimensione etica di popolo italiano sia in diretta e stretta connessione con una provincialissima tendenza a identificarci solo col nostro orticello, il nostro paese, regione, il nostro sud, il nostro nord, il nostro centro. Siamo andati nello spazio con successo, ma senza successo è rimasto il progetto di chi fece l' Italia, poi, si spaventò e disse che ora bisognava fare gli italiani. Forse aveva intuito bene la velleità, l' audacia del progetto. Non sappiamo andare un metro oltre il nostro campanilismo; chi parla di secessione scandalizza ma non si rende conto che l' Italia è nata “secessa”, che la suddivisione è già realtà ab initio perché nessuno ha mai lavorato davvero per realizzare culturalmente l' idea unitaria tra colonizzatori e peones, dove i primi si lamentano dei secondi e i secondi si lamentano dei primi. La solidarietà? E' andata altrove e l' italianità vive e muore solo qualche volta, nell' arco di una partita di calcio. E importiamo calciatori e ministri, perché nessuno dei nostri è altrettanto capace; e poi, parrebbe provinciale non aprirsi all' oltre frontiere. Quelle vere, quelle che resistono sono quelle interne. E poi consentiamo a Cometumivuoi boccuccia di rosa odorosa e adorante di Nikolas, di “mettere bocca” anche nei nostri affari. Accidenti! Censura.

Ritratto di marystip

marystip

Sab, 06/07/2013 - 12:13

Perfettamente d'accordo sono le Regioni che vanno abolite e, comunque, quella dell'eliminazione delle province è una presa per i fondelli che dura da 40 anni. Che non lo si sapeva che non bastava un DL per eliminarle? Se non lo sapevano c'è da spaventarsi per l'ignoranza dei ns. politici amministratori. Che paese .... qui mi fermo altrimenti!!

Ritratto di Coralie

Coralie

Sab, 06/07/2013 - 13:47

Egregio Signor Veneziani, ho sempre condiviso le sue recensioni, ma la sua conclusione che ipotizza l'abolizione delle regioni, non mi trova affatto d'accordo. Per il semplice fatto che l'autonomia regionale ( di tutte le regioni italiane, abolendo SI quelle a statuto speciale che altro non sono che privilegi inutili ) potrebbe essere la chiave di volta per la ricrescita ed il salvataggio dell'Italia in questo periodo di crisi. Mi ascolti, per favore, " Se il governo dichiarasse tutte le regioni autonome, con obbligo di rendiconto al governo centrale, nel giro di qualche anno il deficit dell'Italia risulterebbe ridotto almeno della meta' di quello attuale. Perche'? Perche' non c'e nulla di meglio che responsabilizzare gli amministratori regionali al pareggio di bilancio, SAPENDO CHE LO STATO NON DARA' PIU' UN EURO IN CASO DI BILANCIO IN ROSSO! A questo punto le Regioni non avranno piu' scuse: dovranno fare con quello che hanno, cioe', con cio' che il territorio offre in termini di turismo, professionalita', agricoltura industria ed aritigianato. Ed i soldi prodotti nella regione dovranno restare a disposizione delle regioni per almeno il 75% ed essere reimpiegati nello sviluppo e nella crerscita della regione stessa. Le regioni che non riusciranno a chiudere il Bilancio in pareggio, dovranno essere commissariate ed i loro amministratori licenziati e non piu' rieleggibili! Cosi si fa L'Italia o si muore, signor Veneziani.

Ritratto di rosario.francalanza

rosario.francalanza

Dom, 07/07/2013 - 23:40

Scusate se intervengo in ritardo, ma vengo dalla battaglia, cioè dal paese in provincia dove ho fatto sistemare parte del tetto. Vedendo la vita attuale nei paesi mi è balenata questa considerazione: credo che la migliore etica della vita sia, tutto sommato, nelle città e non più nei paesi dove, ormai, la motorizzazione che data da decenni e il nuovo mondo di internet e la facilità dei viaggi hanno introdotto modi di vita assolutamente urbani che hanno unificato paesi e città. Tuttavia l'eccessiva prossimità e quasi identificazione tra amministratori e cittadini produce, in provincia, un perverso e seducente intreccio tra facilità del vivere, velocità delle soluzioni e tendenza allo spreco e alla distruzione. Se un tempo la provincia e la campagna erano terra di fatica e di isolamento (e in questo era una sorta di conservazione delle tradizioni), ora esse sono luoghi di sperpero di spazio, di risorse; dove si pratica, da parte di molti, una sorta di "sprezzo delle regole", dove il "piano casa" va ben oltre la deroga urbanistica, dove ogni abuso è facilitato dalla labilità dei controlli e dal "compare" capo dei vigili. E' ovvio che sorte un gran bel casino se qualcuno vuole abolire gli enti che permettono questo bel vivere! @Euterpe, due grandi poeti sono venuti dalla provincia: Leopardi e Gozzano. Il primo, guardando i suoi concittadini e l'"ermo colle", volle superarli approdando al pessimismo "cosmico"; il secondo, guardando, più o meno le stesse cose, decise che era meglio godersele. Dr. Veneziani, mi permetto di invitarla ad affrontare più spesso il tema della "ferocia" della "provincia" e di come, effettivamente, sia più facile cacciare i Borboni che la "quotidianità aggressiva" di ognuno di noi!