Se la gogna su Facebook è più efficace dello Stato

Prima di rivolgersi alle forze dell'ordine, l'ex compagna ha denunciato il cantante su Facebook

La violenza insulta il corpo e infanga l'anima. C'è chi la subisce fino alla morte e chi reagisce con altrettanta violenza. Quando è l'unica possibilità di salvarsi e di punire.

Come sembra nel caso di Anna e Massimo, artisti entrambi, che hanno concluso una storia di (mal)amore e sangue su Facebook. Lei dice di essere stata selvaggiamente percossa e le foto «postate» lo proverebbero con orrore. Lui nega, forse ha ragione, ma, purtroppo, tutti i violenti negano.

Negano di fronte alle ferite inferte, negano di avere detto parole crudeli, negano perfino se hanno ucciso. La violenza è negazione di per sé: della vita, di un'anima che non c'è più. Chi è violento ha bisogno delle urla e della sofferenza di un altro per sentirsi vivo.

In questo ennesimo caso di cronaca, c'è violenza in entrambi, se le botte e i pugni ci sono stati. Se Anna subiva violenze, si era tanto progressivamente abituata al dolore, da accettarlo nell'apatia. Poi deve averlo sentito più forte, tanto da uscire dall'anestesia emotiva, da avere bisogno lei stessa di infliggerlo all'altro, quasi per esserne risarcita. E allora ha gridato via internet, ha cercato l'aiuto, ha voluto la vendetta.

A che cosa serve denunciare, in questo Stato, imbelle e confuso, che rilascia gli assassini e incarcera gli imprenditori? La giustizia è il valore più calpestato dagli uomini e dalle donne che malamente rappresentano le istituzioni.

A chi si deve rivolgere la vittima della violenza, che quasi sempre è isolata, non ha amici, non ha alleati, perché ha vissuto all'ombra delle mani cattive del partner? Quante vittime hanno sporto querela e poi sono state ignorate, trascurate, beffeggiate, messe in pericolo dall'ignavia di chi è responsabile di reprimere e sanzionare i reati? Ecco perché, una giovane di oggi, si rivolge a Facebook, a Twitter, dà le prove fotografiche, denuncia, processa ed emette da sé una sentenza in tempo reale; invece di attenderla per tempi biblici, riuscendo così ad esporre alla gogna pubblica il carnefice. Se è tutto vero ciò che Anna racconta, ha fatto bene. Anzi benissimo. Ha salvato se stessa, ma ha anche condannato alla vergogna mediatica il colpevole. Se non è vero, però, è colpevole lei stessa di avere espresso una violenza psicologica senza pari, perché ha distrutto un uomo che è anche padre di una figlia. Ma, se non è vero, sarà punita in modo più grave di quanto prospettano il reato di calunnia o di diffamazione, come meglio dovrebbe essere inquadrato. Perderà la dignità e la credibilità per il resto della vita.

La violenza è intollerabile e va repressa con tutti i mezzi più rapidi ed efficaci: le vittime non conoscono gli strumenti per difendersi o hanno paura di usarli. Lo Stato deve agire e deve sapere che le famiglie si rivelano spesso territori malsani, nei quali germogliano e proliferano i semi velenosi della violenza, nel deserto del rispetto di persone e diritti. Le donne sono le vittime più numerose; ma non dobbiamo nasconderci, con amarezza, che, grazie alla competizione dei sessi, anche la violenza non è più appannaggio tendenzialmente maschile.

In un caso e nell'altro, come nella vicenda ancora ambigua di Massimo e Anna, lo Stato, se c'è, deve battere un colpo e reagire. Perché anche il silenzio, quando ci dovrebbe essere l'azione, è una grave forma di violenza.