«Accanimento dai magistrati». Ma i ministri restano a Roma

Milano C’è il militante che è arrivato con fatica da Bergamo e ci sono, anzi non ci sono i ministri che non sono arrivati da Roma. Le due facce del «presidio della libertà», il controgirotondo voluto da Silvio Berlusconi davanti a quello che il sottosegretario Daniela Santanché ribattezza il «palazzo dell’ingiustizia». La vittoria dei falchi, assicura qualcuno, contro le colombe che volevano convincere il premier a imboccare con i magistrati la via del basso profilo. Titubanza abbandonata l’altra mattina con la telefonata al coordinatore lombardo Mario Mantovani a cui il Cavaliere chiede di organizzare il sit-in. «Arrivati al punto in cui siamo - il suo ragionamento - e con una magistratura che sta tentando il golpe bianco, non possiamo non coinvolgere la nostra gente». Popolo e colonnelli in piazza dunque. Magari pensando a una grande manifestazione sulla giustizia da organizzare proprio a Milano. Ecco perché ieri mattina in molti, a cominciare da giornalisti e telecamere arrivati in forze, hanno inutilmente atteso la sfilata di auto blu. I ministri lombardi Mariastella Gelmini, Ignazio La Russa, Paolo Romani e Michela Vittoria Brambilla non si sono proprio visti. Trattenuti a Roma da impegni di lavoro nei rispettivi ministeri, la motivazione ufficiale. Ordini di scuderia e un invito a «non esagerare» nello scontro con i magistrati la versione che circola nei corridoi del partito.
Certo qualcuno ha sollevato il sopracciglio ascoltando le dichiarazioni della Gelmini nel suo intervento a Mattino 5 e rileggendole riportate da tutte le agenzie. «Non parteciperò» a manifestazioni politiche davanti il tribunale di Milano, aveva spiegato ancor prima che il presidio cominciasse, «perché come ministro non credo sia opportuno», ma «deve fare riflettere il fatto che molti cittadini spontaneamente abbiano deciso di manifestare contro una giustizia a orologeria e contro un accanimento giudiziario nei confronti del premier che dura da diciassette anni». E aggiunge che le intercettazioni svolte dalla procura milanese nell’inchiesta su Ruby sono «un abuso» e «una violazione dell’ordine democratico. La verità è che una parte piccola, ma agguerrita, della magistratura insieme a parte della sinistra credono di poter battere Berlusconi non per via politica, ma giudiziaria, attraverso una persecuzione che ora scade nel ridicolo».