Addio a Fogar, l'uomo dell'avventura

Guido Mattioni Forse è stata proprio la Signora Avventura - il vero e più grande amore di tutta la vita di Ambrogio Fogar - a decidere che era ormai giunta l’ora di mettere la parola «fine» al romanzo terreno di quel suo spasimante così fedele. Perché senza un protagonista, l’Avventura non può più avere senso. Così Fogar l’esploratore, Fogar il navigatore solitario, Fogar lo scalatore, Fogar il conquistatore dei ghiacci, è fuggito ieri notte da quel letto della sua casa milanese dove era rimasto imprigionato negli ultimi 13 anni. Paralizzato, crudelmente inchiodato a fissare il soffitto di una stanza, a ricordare e a immaginarsi là fuori vette innevate, a sognarsi savane, a respirare il profumo di un mare, uno qualsiasi, in un qualsiasi angolo del mondo. In fondo, era lui stesso l’Avventura. Lo era dentro, fin nell’anima, per via di quella misteriosa carica a molla che hanno in pochi. Una molla mossa da una vite inesauribile, senza fine apparente, però indispensabile per «non viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza». E lo era anche fuori, nel fisico, dove proprio la stessa Signora Avventura gli aveva dipinto addosso lineamenti da manuale, da eroe hollywoodiano, come un Errol Flynn in giacca a vento o zuccotto da marinaio, tanto per lui era lo stesso. Ne aveva l’identico sguardo febbrile, il baffo guascone, le membra asciutte e il cuore che pompa a mille. Tutte cose che quello stupido «crack», quel cappottamento in un raid automobilistico, su un tratturo del Turkmenistan, nel 1992 - senz’altro il capitolo più banale e meno eccitante tra tutti quelli che lui ha vissuto e scritto - gli aveva rubato in un attimo, in una capriola a tetto in giù, tra vetri rotti e rumor di lamiere accartocciate. Soltanto quella sua «cosa» dentro aveva continuato a funzionare. «Io sono qua perché prima o poi mi muovo - aveva confidato di recente a Henry, l’infermiere equadoregno che lo assisteva -. Quell’ottimismo mi è rimasto nel cuore». E dire che per uno nato e cresciuto a Milano, tra nebbie e traffico, non è facile immaginare e inseguire l’Avventura. Invece lui c’era riuscito, fin da bambino, cominciando a caricare già allora, in pantaloni corti, con la sola forza della fantasia, quella «sua» molla senza fine. Facendo della montagnetta di San Siro un Everest e dell’Idroscalo un Oceano Atlantico. Poi, guardando dal balcone di casa, aveva visto che qualcosa c’era anche lì, a portata di mano: la sfida verticale delle montagne. E a diciotto anni aveva inforcato gli sci, ma alla sua maniera. Niente skilift, niente serate in rifugio con le ragazze, bensì una «sgambatina», andata e ritorno, attraverso tutto l’arco alpino. Ai piedi, un paio di quegli affari che usavano in quegli anni: due tavolette di legno cigolanti, un po’ di sciolina e marmorei scarponi di cuoio con i lacci infiniti da legare ben stretti, a zigo zago. E lassù, vicino alle nuvole, schiaffeggiato dal vento o arrostito dal sole, aveva guardato ancora più in alto, restando affascinato da quel vuoto senza confini che - cavoli! - doveva essere bello poter frequentare. Così aveva iniziato a buttarsi con il paracadute, spostando sempre più in avanti, a ogni lancio, il suo limite personale e quello del rischio. Facendosi anche male, e parecchio, al 56° salto. Ma non era la sua ora, anche se gli effetti di quella botta gli avrebbero impedito di continuare a gettarsi. E con il fatalismo che per gente come lui è d’obbligo, era passato ai comandi, prendendo il brevetto di volo. Acrobatico, ovviamente, perché sennò che gusto c’è! Ma un altro doveva essere il silenzio, un altro doveva essere il limite senza confini, un’altra doveva essere la libertà, perché di questo in fondo si tratta. Libertà da conquistare e da cui farsi conquistare per sempre. Ovvero quella roba là - liquida, misteriosa e volubile - che comincia dove finisce la terra, che muggisce o ti fa da specchio, che ti atterrisce o ti innamora, che può essere nera come la pece o color dell’argento, se di notte ci si mette anche la luna. Insomma, il mare. Lui lo affronta per la prima volta nel ’72, attraversando in solitaria l’Atlantico e riuscendo a fare a meno, per un bel pezzo di strada, anche del timone in avaria. Spavento? No, è amore vero. E infatti l’anno dopo si ripete partecipando alla regata da Città del Capo a Rio de Janeiro. E più tardi, a cavallo dello stesso ’73 e del ’74, spinge ancora una volta più in là il suo limite, facendo sempre da solo l’intero giro del mondo, navigando da Est verso Ovest. Ma quello stesso mare, tanto amato, nel ’78 gli fa pagare un conto alto, terribilmente alto. A presentarglielo, Nettuno spedisce una delle sue creature, una gigantesca orca che sperona «Surprise», la barca con cui Fogar e l’amico giornalista Mauro Mancini stanno tentando di circumnavigare l’Antartide. Il guscio affonda nelle acque bigie e gelide delle Isole Falkland, ma dando il tempo ai due di salire a bordo della zattera di salvataggio. Sarà una deriva da incubo e la pagina più brutta del romanzo terreno di Fogar: due mesi in balia delle correnti, con una piccola riserva di cibo e acqua che diventa ogni giorno più piccola, nonostante il crudele razionamento dettato ai due dall’istinto di sopravvivenza. Ma fa anche freddo e quando arriveranno i soccorsi, per Mancini sarà troppo tardi. Morirà due giorni dopo, all’ospedale, per le privazioni subite dal suo organismo, meno forte e allenato di quello del compagno. Al dolore della perdita, Fogar deve aggiungere quello per le critiche di sventatezza, di incoscienza, di gusto scellerato per l’avventura che gli piovono addosso. Gli fanno male, ma dopo un periodo di buio, nel 1983, lui reagisce, stupendo tutti con l’annuncio di quale sarà il suo prossimo capitolo: raggiungere il Polo Nord camminando, con l’aiuto di una slitta e con la sola compagnia di un cane, Armaduk. Al ritorno sarà lui, il quadrupede, il vero eroe, vezzeggiato dai grandi (soprattutto dagli sponsor) e adorato dai più piccoli. Su Fogar, invece, piove un’altra salva di accuse - non del tutto ingiustificate - di aver barato, usando per qualche tratto il supporto di un piccolo aeroplano. In piccola parte è vero - lo ammette anche lui - ma in buona parte è senz’altro colpa di quel suo carattere magnetizzato, che attira le polemiche come una calamita. Ma per lui è la celebrità, arrivata attraverso la televisione, con la trasmissione Jonathan, che parla ovviamente di viaggi e avventura. Trasmissione fortunata, ma che, appunto, di avventura ne parla soltanto. Ed è forse proprio già lì, in quella notorietà catodica, che il romanzo di Fogar - quello vero - comincia a stiracchiarsi, a perdere mordente. Fino a fargli capire che forse deve rimettersi in marcia, tornare sulla strada. Lo farà, nel ’92, senza purtroppo poter sapere che era quella sbagliata.