Addio a Maccanico, il «grand commis» di politica e finanza

«Io resto convinto che serva mettere insieme le persone ragionevoli dell'una e dell'altra sponda su un progetto per il Paese». Rileggere questa frase di Antonio Maccanico, scomparso ieri a 88 anni, fa pensare all'eredità di un saggio. Nell'oggi di una profonda confusione istituzionale, quelle semplici parole di un ex ministro, ex banchiere, grande servitore della Repubblica, hanno il sapore di un monito, sembrano il viatico lasciato da un Grande Vecchio a generazioni che appaiono più inclini alla rissa che al dialogo, più attratte da interessi particolari che da quelli comuni.
Lo spirito che animò il pensiero e l'attività di Maccanico - dal 1947 in Parlamento, comunista fino al 1956, poi repubblicano con La Malfa, in seguito Ulivo e Margherita - fu quello del Riformista, con la R maiuscola. Aveva coscienza di tanti limiti del nostro sistema, e si batté per costruire uno Stato più moderno. Nel 1996 fu a un passo da un grande disegno di rinnovamento. Al Quirinale c'era Oscar Luigi Scalfaro che, alla caduta del governo Dini, gli affidò l'incarico di formare un governo di larghe intese che salvasse la legislatura. «Il mio tentativo - raccontò anni dopo - fu quello di mettere insieme le forze riformiste dell'uno e dell'altro schieramento». Ma lo sforzo fu vano. «Io avevo un'idea precisa di una legge elettorale maggioritaria a doppio turno, il cosiddetto modello francese. Chi fu contrario fin dall'inizio furono i leghisti e Bertinotti. Fini invece aveva un'altra illusione: voleva andare alle elezioni perché pensava di essere più forte di Berlusconi elettoralmente. Poi si aggiunsero anche Casini e Mastella, i quali temevano il rischio di essere esclusi dai futuri giochi per il governo. Ricordo che Berlusconi, che era favorevole al mio progetto, mi disse: «Se fosse stato solo Fini, l'avrei convinto. Ma con Mastella e Casini contro non ce la faccio».
Maccanico allora sfiorò l'incarico di presidente del Consiglio. Ma la sua carriera di governo fu ugualmente ricca: fu ministro con De Mita e Andreotti (Affari regionali), con Prodi (Poste), D'Alema e Amato (Riforme istituzionali); ma fu anche sottosegretario alla presidenza con Ciampi e segretario generale del Quirinale con Pertini e Cossiga; e prima, ancora, segretario generale della Camera e consigliere di Stato. Disse, con lucido distacco: «Ho avuto la fortuna di avere incarichi interessanti senza darmi assolutamente da fare per ottenerli». Aveva il culto della trasparenza, della sana competizione tra intelligenze, contro i clientelismi che, diceva, sono la culla della corruzione. Osservava con irritazione gli intrecci azionari presenti nel sistema imprenditoriale italiano: «Sono la fotografia di un modello corporativo che poco o nulla ha a che fare con i principi della concorrenza e del libero mercato». E aggiungeva: «Dobbiamo sperare nel ruolo positivo dell'Europa». Nonostante questo suo atteggiamento critico, Enrico Cuccia volle lui alla presidenza di Mediobanca nel biennio 1987-1988, nella fase di privatizzazione dell'istituto. Il nome di Maccanico resta legato alla regolamentazione del sistema radiotelevisivo e alla sospensione dei processi per le cinque più alte cariche dello Stato, che poi diventò il lodo Schifani.