Addio vecchie sporche cuccette

C’è una buona notizia nella cura dimagrante imposta dalle Ferrovie alle cuccette di seconda classe. È la certificazione definitiva che non siamo più un Paese povero. Vanno in pensione quei vagoni simbolo di una storia a suo modo epica, cancellati dalle compagnie aeree low cost e dall'alta velocità ferroviaria. Sei lettini, tre per lato, di colore rosso scuro. Oddio lettini... tavole di legno imbottite. Spartane e sottili, mica le imbottiture e il vellutino verde della prima classe, nulla a che vedere con l'ovattata intimità dei vagoni-letto.

E poi quell'afrore di umanità, popolana più che popolare, misto all'odore del cibo preparato per affrontare il lungo viaggio chiuso (mai sigillato) nei sacchetti di carta e di plastica, il bottiglione del vino tappato alla bell’e meglio, l'inconfondibile puzza di polvere e rotaia ferrosa, di latrina e di vecchio, che si appiccica ai vestiti appena sali sul treno. Figuriamoci quando scendi dopo venti ore, che non bastano tre docce a mandarla via anche se hai già rinunciato a usare il gabinetto che è una camera a gas e speri di resistere il più possibile alle necessità corporee.

Ricordi di oltre trent'anni fa, tempi dell'Italicus e delle bombe sui treni, di cui però non si parlava mai come per esorcizzarle. Torino Porta Nuova-Siracusa, il «Treno dell'Etna», partenza la sera in maniera che passi la notte e ti sembra di aver fatto gran parte del viaggio. La cuccetta scelta perché devi affrontare un percorso troppo lungo per poter riuscire a evitare di fare conversazione e allora meglio «tagliare» qualche ora fingendo di dormire. L'attesa nel cercare di indovinare chi ti dormirà sopra e chi nel lettino di sotto, la speranza di incontrare compagni di viaggio che almeno si siano lavati e cambiate le calze, la certezza che ti è capitato il peggio possibile: il militare che torna a casa, l'attempata signora grandi forme con il marito impegnato a trascinare i bagagli chiusi «ca' lazzata» (con lo spago), il taciturno dallo sguardo torvo. Beh, in quattro si respira. Speranza svanita: a Genova è tutto pieno.

Nei viaggi in cuccetta con sconosciuti, ci sono (c’erano) alcuni momenti topici: fare il letto con le lenzuola di similcarta (pare si chiamasse Tnt) marcate FS che scivolavano da ogni lato; togliersi le scarpe (ma non tutti lo facevano), «mettersi comodi» e distendersi; attendere il magico momento in cui qualcuno chiedeva se si poteva spegnere la luce e finalmente calava il silenzio. Dormire, però, è impossibile. Il beccheggio del treno, la temperatura africana, i colpi contro la parete divisoria dei vicini di scompartimento, il russare mai sommesso dei compagni di viaggio. Quando va bene ci si limita ai «suspiri». La signora grandi forme in sottoveste nera si lamenta e allo stesso tempo è costretta a scusarsi per i «giuspiri» (come li chiama vezzosamente lei) del marito dalla digestione difficile. Un inferno.

La familiarità coatta, il materassino cigolante, lo scorrere di centinaia di chilometri di rotaia, il mescolarsi di olezzi talmente pungenti che i miasmi dell’Olona sembrano profumati, la sete impietosa, le soste, le luci delle stazioni che filtrano dalla tendina abbassata che sbatte come una vela al vento quando il treno è in marcia. Una notte da incubo fino a un mattino che non è migliore. Il cuccettista che accende la luce e invita a uscire affinché possa sistemare i letti che diventano sedili, la caccia alle sfogliatelle e al caffè buttandosi penzoloni dai finestrini, il tentativo di raggiungere una impraticabile toilette giusto per darsi una sciacquata. E poi di nuovo lo scorrere dei binari, le ore interminabili scansando offerte di uova sode e pane e mortadella, scavalcando il tormento della Calabria.

Superi Napoli, pensi di essere arrivato, e hai ancora davanti oltre 300 chilometri della regione che molti chiamano ancora Le Calabrie forse perché è troppo lunga per essere una soltanto. Infine lo Stretto e la tradizione degli arancini (spesso acidi) sul ferry-boat. A quel punto sei davvero arrivato, anche se mancano ancora alcune ore di viaggio e lo sbarco del treno ti fa venire il nervoso con quell’estenuante andirivieni dentro e fuori il traghetto. Ma finalmente sei fuori da quel vagone diventato qualcosa di appena più decente di una fogna. Ricordi di un passato che le Ferrovie ora vogliono cancellare. Perché è giusto che, a un certo punto, il passato finisca su un binario morto.