Gli alunni italiani finiscono nel ghetto

Troppi stranieri a scuola. In un istituto emiliano tutti bimbi extracomunitari tranne due. Che per alcune ore al giorno dovranno essere isolati dagli altri.
E di fronte alla <a href="/a.pic1?ID=286739" target="_blank"><strong>carica dei 614mila scolari </strong></a>immigrati, <a href="/a.pic1?ID=286907" target="_blank"><strong>c’è anche un preside che chiama l’imam a insegnare il Corano ai prof</strong></a>

All'asilo i bambini sono accomodanti, si fanno capire con i gesti, i disegni, il gioco. Ma a tutto c’è un limite. Serve anche dialogare con la parola. Italiana. E per raggiungere questo «arduo obiettivo» il direttore di una scuola materna in Emilia Romagna si è inventato una sorta di Minitalia. Per qualcuno un nuovo «ghetto ». In pratica, per due ore al giorno, i bambini italiani - sette quest’anno su trentotto iscritti - si possono ritrovare, giocare e dialogare tra di loro. Avete capito bene. In un asilo italiano, i bambini italiani, in nettissima minoranza, sono costretti a ritagliarsi uno spazio per parlare e giocare utilizzando i vocaboli della nostra lingua.

Un impegno che la direzione dell’asilo di Villa Rotta, Luzzara, provincia di Reggio Emilia, si è preso con i genitori, preoccupati per la massiccia presenza di stranieri nelle classi della materna. La scelta sembra una soluzione eccezionale, invece, le maestre dell’asilo spiegano che quest’anno «il ghetto» è stato costituito per favorire l’afflusso di connazionali. Che fino ad ora scappavano a gambe levate da una scuola troppo connotata. «L’anno scorso c’erano solo due bambini italiani nella scuola - spiega Teresa, una delle tre maestre in trincea nella materna degli stranieri –. Solo due, vaganti in mezzo a una trentina tra pakistani, albanesi, tunisini, turchi, indiani, marocchini. Sei etnie, un microcosmo dei nostri tempi. Sei etnie a cui si aggiunge quella italica, pochissime mosche bianche. La mamma di Federico, quando ha saputo che suo figlio sarebbe stato solo insieme a un altro italiano era terrorizzata - aggiunge la maestra Teresa -. Aveva paura che il bambino disimparasse addirittura a parlare la nostra lingua». Ma Federico è un bambino sveglio e ce l’ha fatta a sopravvivere nella giungla delle sei lingue diverse. Magari diventerà poliglotta.

Le maestre si arrangiano come possono. «Sono importanti i gesti e i concetti spiegati attraverso i disegni». Sembra facile. In realtà è un impegno titanico. «Dobbiamo ripetere, ripetere e ripetere all’infinito le parole, solo così ci facciamo capire dai bambini stranieri» racconta Teresa. Che poi confessa: «Quando sono arrivata in questo asilo non mi aspettavo una situazione così estrema e per molto tempo avevo paura di non farcela». Ora invece Teresa scherza sui suoi timori. Si è specializzata nel linguaggio dei segni e non nasconde la sua soddisfazione per la grande novità dell’anno. «A settembre avremo ben sette bambini italiani su 38 iscritti». Un record. E un successo. Tanto che il dirigente ha garantito alle mamme romagnole un minimo di programma didattico tradizionale: i bambini italiani per due ore al giorno potranno confrontarsi e parlare tra di loro. In italiano.