Anarchia, golpe o deriva islamica Gli scenari del dopo Colonnello

Diciamolo subito: nessuno è in grado di prevedere come finirà la tragedia libica. Ieri il presidente Berlusconi, nell'annunciare che, secondo le sue informazioni, Gheddafi avrebbe ormai perso il controllo della situazione, ha detto che «quei popoli potrebbero avvicinarsi alla democrazia, ma potremmo anche trovarci di fronte a centri pericolosi di integralismo islamico». In realtà, gli scenari possibili sono più di due. Possiamo provare a delinearli, ma neppure gli allibratori londinesi, che pure consentono di scommettere su tutto, hanno osato «quotarli».
A La prima ipotesi è che Gheddafi venga travolto dalla rivoluzione. I rivoltosi, dopo essersi organizzati e avere ricevuto l'apporto di buona parte delle Forze armate e delle principali tribù, riescono a prendere d'assalto la caserma di Bab-El-Azizia in cui il colonnello è asserragliato con i suoi fedelissimi. Gheddafi e i figli che sono rimasti al suo fianco cadono in combattimento, vengono uccisi dopo la cattura o, come Hitler, si tolgono la vita nel bunker prima di cadere nelle mani dei nemici. Il Paese è liberato dal tiranno, ma è senza una guida. La rivoluzione, finora, non ha espresso nessun leader e difficilmente riuscirà a farlo nei prossimi giorni. Al contrario dell'Egitto e della Tunisia, la Libia non ha né partiti politici d'opposizione, né sindacati indipendenti e neppure una società civile degna di questo nome. I pochi riformisti che hanno osato venire allo scoperto all'ombra di Saif, il figlio «liberal» del colonnello, saranno probabilmente travolti dal crollo del regime, gli esuli sono poco organizzati ed i comitati nati in Cirenaica dopo la cacciata delle truppe governative non appaiono in grado di assumere un ruolo nazionale. La forza più strutturata ad avere resistito a 41 anni di dittatura è quella delle tribù, che una dopo l'altra hanno aderito alla rivolta e ora vorranno partecipare alla ricostruzione del Paese, ma non sono certo campioni della democrazia. Per evitare l'anarchia, e disporre di qualcuno con esperienza di governo, potrebbe essere necessario coinvolgere quei personaggi del regime, come i ministri degli Interni e della Giustizia e alcuni generali, che hanno rinnegato Gheddafi dopo le prime dimostrazioni e si sono uniti ai rivoltosi. La transizione sarà comunque lunga e difficoltosa, e non approderebbe necessariamente alla democrazia.
B La seconda ipotesi, sempre più remota, è che Gheddafi resista. Il colonnello, ancora in controllo di buona parte della capitale e sostenuto dai più agguerriti reparti dell'esercito, dalla Guardia repubblicana, dai mercenari stranieri e dalla parte più fanatica dei suoi seguaci, decide di tenere fede alla parola e di combattere «fino all'ultimo uomo e all'ultima pallottola». Le truppe ribelli, pur avendo il controllo di buona parte del Paese, non riescono a venire a capo della sua resistenza. Le sanzioni che la comunità internazionale sta comminando in queste ore alla Libia non possono recare alcun danno immediato al regime, l'imposizione di una zona di interdizione aerea richiede un voto del Consiglio di Sicurezza e un intervento militare della comunità internazionale è perlomeno improbabile. In caso di prolungato stallo, sono ipotizzabili diverse soluzioni. A) I ribelli della Cirenaica, da sempre insofferenti del dominio di Tripoli, consolidano il loro controllo e proclamano la secessione; visti gli orientamenti della popolazione il nuovo Stato, che controllerebbe buona parte delle risorse petrolifere, correrebbe tuttavia il rischio di diventare un «emirato islamico» con i relativi rischi per l'Europa. B) I rivoltosi finiscono con l'accettare l'offerta fatta in extremis da Saif di una soluzione negoziata, nel quadro della quale Gheddafi accetta di andare in esilio ma si riesce in qualche modo a salvare la struttura dello Stato. C) Si arriva a una vera, lunga e spietata guerra civile, non con migliaia, ma con decine di migliaia di morti, da cui la Libia uscirebbe distrutta, ridotta a una specie di Somalia del Mediterraneo senza più un potere centrale funzionante e il virtuale blocco della esportazione di petrolio, l'unica ricchezza nazionale in grado di nutrire la popolazione.
Quest'ultima è l'eventualità più paventata a livello internazionale, perché l'esodo verso l'Europa potrebbe davvero diventare biblico, si perderebbero per lungo tempo gli idrocarburi libici e le infiltrazioni di Al Qaeda sarebbero inevitabili. Qualcuno parla addirittura di «un nuovo Ruanda». Prima che questo accada, tuttavia, è possibile che a livello di Nazioni Unite si decida un «intervento umanitario», sulla falsariga di quelli attuati in Serbia e in Kosovo.