Anche ai detenuti piace fare i sindacalisti

MilanoE la democrazia sbarcò in carcere. Nel luogo simbolo della costrizione e della disciplina, può sembrare un paradosso. Ma c'è un carcere italiano dove i detenuti eleggono i loro rappresentanti, come si fa a scuola o in fabbrica: e sono poi i detenuti-sindacalisti a trattare con la direzione i problemi collettivi dei compagni di cella. Il carcere con i delegati di raggio è quello milanese di Bollate: l'esempio più avanzato d'Italia di prigione a sicurezza attenuata, una delle poche carceri italiane dove di giorno le celle hanno le porte aperte. E dove si stanno conducendo alcuni degli esperimenti più innovativi sul trattamento dei condannati: a partire dalla rieducazione dei colpevoli di crimini sessuali, che costituiscono da soli quasi un terzo degli ospiti di Bollate (350 su 1150), e che solo a Bollate vengono a contatto con gli altri detenuti senza che scattino spedizioni punitive.
Così era praticamente inevitabile che anche il primo tentativo di democrazia carceraria sbocciasse a Bollate. D'altronde sulla responsabilizzazione dei detenuti si è giocata dall'inizio buona parte della scommessa di questo carcere: chi viene destinato a scontare la sua pena a Bollate sa di essere un privilegiato dell'universo carcerario, e che per mantenere questo privilegio deve accettare e fare proprie alcune regole, il cosiddetto «patto di responsabilità». Una rivoluzione rispetto al vecchio pianeta carcere, dove l'unico rapporto con l'istituzione era l'obbedienza al «superiore», inteso come guardia carceraria, e ogni richiesta doveva passare per la burocrazia della «domandina».
A rendere nota l'istituzione dei Cobas di cella è stato lo stesso direttore della prigione, Massimo Parisi (che ha preso il posto di Lucia Castellano, diventata assessore della giunta Pisapia) in un'intervista a Carte Bollate, il giornale realizzato all'interno della prigione. «Quest'anno - ha dichiarato Parisi - si è cercato di dare maggiore legittimità alle richieste dei detenuti, creando le commissioni di reparto». In pratica un organismo sindacale?, gli hanno chiesto. «Diciamo un organismo di rappresentanza sostanziale».
E ieri Parisi conferma e aggiunge dettagli. «Ognuno degli otto reparti elegge democraticamente un suo delegato, che affronta i problemi specifici di quel reparto; inoltre, gli otto delegati di reparto formano un organismo di rappresentanza generale che noi chiamiamo “commissioni riunite” che tratta con l'amministrazione i problemi generali della struttura». Per esempio? «Il mese scorso abbiamo discusso dell'organizzazione dei colloqui con i familiari, la volta prima del servizio sanitario. E poi della cucina, del sopravvitto (i beni che i detenuti possono acquistare allo spaccio interno, ndr), in genere tutto quello che costituisce un problema collettivo e non individuale».
Ma chi sono i leader sindacali dei detenuti? Chi viene eletto a rappresentare i compagni di cella? «Di solito - spiega il direttore - la preferenza viene data ai più anziani, non nel senso anagrafico e neppure a chi ha più esperienza carceraria complessiva, ma a chi è da più tempo qui a Bollate, e conosce meglio l'istituto. Che poi sono spesso i detenuti che fanno anche da tutor ai nuovi giunti, aiutandoli a orientarsi in una struttura grande e complessa come questa».
«Sia chiaro - aggiunge Parisi - che nessuno abdica al proprio ruolo. Però questa sorta di rappresentanza sindacale è utile a noi, all'amministrazione, perché ci permette di dialogare in modo più efficace con i detenuti. Ed è utile a loro, perché si responsabilizzano e imparano a formulare proposte concrete».