Anti-Cav contro riformisti È derby Mortadella-Baffino

Sul Colle sventola bandiera bianca. Il primo giorno è andato, ora vediamo cosa esce fuori dal gioco dei troni. Quelli del Pd si vedranno al mattino, presto, ma con una certa calma, verso le otto e quindici, più o meno come a scuola. La missione è buttare giù una sorta di «quirinarie» non on line, perché i vecchi parlamentari ci tengono al contatto fisico e al giacca e cravatta delle grandi occasioni. Sempre che Renzi, sempre di più il vero padrone del Pd, non decida di far saltare le quirinarie con l'arma di un nome forte, come Chiamparino, Prodi o un terzo più a sorpresa. Qui, come in ogni seduta di autocoscienza della sinistra italiana, può naturalmente accadere di tutto. A chi guarda non resta che andare avanti per scenari.
Il guaio è che ogni volta si rischia di essere ricacciati nel passato. Ci sono infatti ancora due personaggi che si conoscono bene sulla scena, due che hanno calpestato lo stesso solco, inseguendosi e facendosi lo sgambetto, compagni ma divergenti. Prodi e D'Alema. D'Alema e Prodi. Come nel '98, ancora ballerini nel gioco della torre. Uno dei due è di troppo e in questa storia dove tutti dicono di cercare il nuovo alla fine riemerge l'usato più o meno sicuro. Il chilometro zero in questi casi è una truffa. Quindici anni fa Romano cadde da Palazzo Chigi e, raccontano (...)

(...) le malelingue - e non solo loro -, a preparargli la festa con ruzzolone fu l'amico Massimo, che aveva bisogno di un ex democristiano per vincere le elezioni, ma poi puntava ad insediarsi lui a metà del guado. La storia non portò bene alla sinistra e forse neppure al Paese. Magari stavolta sarà diverso.
Bersani ormai sembra aver dato tutto quello che aveva. Ha spinto nel ripostiglio il povero Marini, recalcitrante, e ha messo in piedi questa bella sceneggiata. Il segretario chiederà all'assemblea dei grandi elettori di scegliere il candidato da offrire al Parlamento. L'idea non fa impazzire il gruppo dirigente e neppure i singoli deputati e senatori. Qualcuno si chiede se questa sarà la frittata finale dello Stramaccioni della politica. Se tutto va secondo i piani la corsa sarà a due. Dicono che D'Alema sia convinto di vincere, ma poi aggiungono che Prodi, per una volta, è della stessa opinione. Cosa cambia con l'uno o con l'altro? Parecchio.
Scenario numero uno. Prodi è il vero favorito delle «quirinarie». Si fa forte di un patto con Renzi (ma Renzi potrebbe giocare su due tavoli e questo complica la faccenda). Il Pd, ancora una volta spaesato e terrorizzato dalla sindrome Titanic, potrebbe ricompattarsi sull'antiberlusconismo. La conseguenza è però che ritrovano sì uno straccio di baricentro, ma spaccano in modo traumatico il Paese, chiudendo ogni via d'uscita dalla Seconda Repubblica. Il professore emiliano andrebbe sul Colle con i voti del Pd irregimentato, con il gradimento di Renzi e probabilmente il sostegno a mezza bocca dei grillini. Tra i parlamentari cinque stelle, infatti, più di qualcuno comincia a dire: accontentiamoci di Prodi. Molti ritengono che Prodi sia il candidato giusto per le elezioni a breve, con l'idea di sconfiggere Berlusconi sul campo usando Renzi come candidato premier. È un'ipotesi che gli eletti del Pd non gradiscono del tutto, perché una volta in Parlamento pochi vogliono sfidare di nuovo la sorte. E, si sa, le campagne elettorali sono faticose. Prodi al Quirinale è una scelta da conflitto politico senza tregua: o si vince o si muore (politicamente). Il danno è ributtare l'Italia in una dimensione da quasi guerra civile.
Scenario numero due. D'Alema vince le «quirinarie», approfittando anche della paura dei parlamentari di andare a casa. L'evento permette ai grillini di gridare allo scandalo, ancora una volta facendo finta che uno dei due vecchi è il nuovo (Prodi) e l'altro è irrimediabilmente il vecchio (D'Alema). Cosa fa D'Alema? Punta sulle riforme e su un'Italia condivisa, provando a mettere su un governo di larghi orizzonti, per una legislatura che punti alla Terza Repubblica. Come premier? Si fa il nome di Enrico Letta. È una strada più tortuosa, ma alla fine magari porta a qualcosa di costruttivo.
Si gioca tutto alla quarta tornata di voto, con la speranza che il Paese non sbandi ancora una volta.

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di Salvatore Tramontano