Arrivano i «barbari» E per l'euro casta è il giorno della paura

D'un tratto, i barbari. Trattati dalla stampa più colta come tribù affette da nomadismo politico, né di destra né sinistra, bollati come estremisti della parola. Comunque populisti. Giudicati incapaci di sottostare alle leggi della politica dell'Europarlamento, fatta di mediazioni e accordi, nemici giurati della burocrazia e dello spreco, sono diventati una realtà con cui fare i conti. Tanto che già ieri, in Parlamento, non si lesinavano le raccomandazioni ai messi: «Non stampiamo più fotocopie del necessario».
Sedici su 28 Stati hanno eletto deputati euroscettici. Trema soprattutto la pattuglia di politici che finora ha guidato la Commissione europea, seguendo la vecchia regola per cui i governi decidevano i nomi e il Parlamento poteva fare ben poco per cambiare le loro decisioni, cioè dei partiti di maggioranza nei vari Paesi. Il Trattato di Lisbona nel 2009 ha stabilito che l'emiciclo conterà eccome nella scelta. A partire proprio da questa tornata, in cui il fronte euroscettico supera i 130 seggi e ha già messo in allerta le principali famiglie politiche.
Stando ai risultati, seppure in assenza di un blocco unitario, il successo di Marine Le Pen & Co. avrà un peso per le future nomine su cui gli Stati dovranno trovare la quadra nei prossimi giorni. I popolari hanno mantenuto la maggioranza dei seggi, ma per Jean-Claude Juncker (Ppe) non c'è un canale certo per ottenere i 376 voti necessari a succedere a Barroso alla presidenza della Commissione. Il candidato conservatore, salvato dal buon risultato della Cdu di Angela Merkel, ieri ammetteva di essere «preoccupato per il rafforzamento dei populisti in alcuni Paesi», spiegando che cercherà comunque la maggioranza. Per farlo, il francese ha già messo in cantiere una nuova campagna elettorale, da giocare stavolta a Bruxelles. Non più dibattiti tv vicini alla farsa tra lui e Martin Schulz, il socialista tedesco che resta velleitario candidato («Proverò anch'io a fare una maggioranza»). Ma un confronto diretto che proverà a intavolare anche con quei partiti entrati in Parlamento che non hanno aderito ad alcuna famiglia politica. Nigel Farage non sarà più il solo a gridare contro gli uomini che finora hanno guidato le istituzioni europee. Ci sono anche gli Indignados spagnoli e i Cinquestelle. Tutti accomunati da euroscetticismo e allergici ad acconsentire alla politica delle spartizioni di ruoli e poltrone. Avranno diritto di parola davanti al manifesto programmatico che il candidato presidente dovrà presentare in Parlamento e su cui dovrà ottenere la maggioranza assoluta dell'emiciclo per risultare «eletto». In caso contrario, i governi dovranno presentarne un altro. Finora conservatori, socialisti, centristi e verdi hanno raccolto le candidature dei governi per rappresentarsi al meglio anche in Commissione. Gli «eurobarbari» cominciano già a gridare allo sfascio dell'attuale assetto e sarà più complicato «spartirsi» i portafogli del governo europeo. Con buona pace dell'Economist, promotore del neologismo poco british.
Per esempio, i candidati proposti dai capi di Stato e di governo, d'intesa con quello che sarà il nuovo presidente della Commissione, dovranno essere approvati anch'essi dall'emiciclo, seppure in blocco. Sarà cioè il Parlamento, a maggioranza, a stabilire se il pacchetto di portafogli elaborato dai governi - uno per ogni Paese - sia «degno» di governare l'Europa. Come i nomadi, pronti a spostarsi, gli «eurobarbari» hanno già ottenuto un risultato: popolari e socialisti hanno mancato l'obiettivo di garantirsi una maggioranza «certa» per la presidenza e non si esclude neppure la chiamata di Christine Lagarde, capo del Fondo monetario internazionale, come jolly per quel ruolo. Vista la pioggia di insulti già piovuta su Juncker e Schulz, per esempio, da Grillo.
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