Assoluzione annullata Per l'omicidio di Chiara Stasi va riprocessato

Sottile come un capello. Evanescente come una bici da donna svanita nel nulla. A quasi sei anni dalla tragica morte di Chiara Poggi, la verità sul delitto di Garlasco torna ad appendersi agli unici, labili indizi che potrebbero darle una spiegazione e un colpevole. L'assoluzione di Alberto Stasi viene spazzata via ieri da una sentenza dalla Corte di Cassazione che riporta bruscamente sull'ex bocconiano il faro sgradevole del sospetto. Per tre volte consecutive, in ogni occasione in cui le accuse contro di lui erano state sottoposte al vaglio di un giudice, Stasi era uscito vincente: per tre volte si era sancito che nulla - se non gli occhi troppo chiari, il dolore troppo contenuto, quel vizietto per il porno - indicava in lui l'assassino di Chiara. Mancava solo un ultimo passo, ad Alberto, per uscire definitivamente di scena, e buttarsi per sempre alle spalle questa storia. Mancava solo la Cassazione.
Ed è su quest'ultimo ostacolo, a traguardo ormai a portata di mano, che invece ieri Stasi inciampa. La sentenza della Cassazione lo rispedisce indietro, come in un drammatico gioco dell'oca. Dovrà ripartire dal processo d'appello, davanti a giudici diversi da quelli che nel dicembre del 2011 lo assolsero senza incertezze. Le motivazioni di quella assoluzione, che retrocedevano al rango di «mere congetture» gli elementi a carico del fidanzato di Chiara, vengono liquidate dalla sentenza di ieri della Corte romana: ed è una sentenza le cui motivazioni andranno lette nel dettaglio, per capire dove, nel deserto di prove visto dai giudici di primo e secondo grado, la Cassazione abbia scorto invece le tracce concrete che portano ad Alberto. Non se l'aspettavano, gli avvocati di Stasi, e non se l'aspettava soprattutto lui, che si sentiva già con un piede a riva: «Sono incredulo e stupito», dice.
Un capello, una bicicletta. A questi elementi si sono attaccati i ricorsi dei legali dei genitori di Chiara Poggi: che vollero Alberto accanto a loro nel Duomo di Garlasco, il giorno dei funerali della figlia. E che invece si sono convinti strada facendo - solo loro sanno se prima col cuore o con il cervello - che il Male era quel ragazzo biondo e pallido. Compostamente, ma con risolutezza impressionante, i genitori di Chiara hanno puntato il dito contro Stasi. E ieri la madre Rita dice «finalmente ci hanno creduto, finalmente abbiamo trovato giudici che ci hanno capito». Il capello - un mezzo capello, senza bulbo - era sul luogo del delitto, e nel marasma di indagini maldestre dell'agosto 2007 non era stato preso in considerazione. Era di Alberto, quel capello? E la bicicletta da donna, descritta da una testimone al comandante dei vigili, e poi svanita, era la bici della mamma di Stasi?
Non sarà facile, il lavoro dei nuovi giudici che tra qualche mese dovranno processare di nuovo Stasi, perché i sei anni passati rendono tutto più nebbioso. Perché tra i tanti aspetti maldestri delle indagini c'è l'oscillazione quasi grottesca dell'ora del delitto, spostata avanti e indietro per cercare di renderla compatibile con i buchi nell'alibi di Stasi: ma alla fine gli orari di apertura e di chiusura dei file del computer di Alberto lasciano aperti spiragli assai sottili. E soprattutto a rendere tutto impervio sarà l'ostacolo che fino al processo di secondo grado sembrava insormontabile: il movente. Perché Alberto doveva ammazzare Chiara? Perché lei non sopportava più il suo vizio, la passione compulsiva per il porno on line, ha sempre sostenuto la Procura. É logico, è sufficiente? Per la Corte d'appello di Milano, si sarebbe dovuto scavare anche in altre direzioni, alla ricerca di un uomo venuto anche per caso, anche da lontano. Per la Cassazione, invece, la verità era lì, a portata di mano, nei mille metri assolati e deserti che separavano le case di Alberto e di Chiara.