Basterebbe il buon senso: così lo appaltiamo allo Stato

di Giuseppe Marino

Ci mancherebbe solo un altro divieto. Un altro «consiglio di vita» del nostro Stato-papà: metti il casco, indossa la cintura di sicurezza, non bere bibite gassate, non giocare a pallone per strada e a bigliardino dopo le 22, via dalla spiaggia con quel cane, levati dalla testa di baciarti per strada. Tutte regole vere, imposte nell'Italia degli anni 2000 da sindaci, governatori di regione, ministri in un'opprimente parossismo paternalistico. Che c'entra con la sigaretta elettronica? C'entra eccome. Perché se la ratio del divieto di «bionde» nei locali pubblici è soprattutto legata al fumo passivo, vietare di «svapare» le elettroniche è tutta un'altra storia. Emettono vapore, non fumo, quindi non dovrebbero dare nemmeno fastidio ai compagni di stanza, salvo situazioni limite. È pur vero che ci sarà sempre un cafone talmente cafone da non rispettare la distanza minima dettata dal buon senso (al cinema mentre guardi un film, non è gradevole che la persona di fronte emetta nuvolette di vapore). Ma è accettabile che il Paese appalti il buon senso allo Stato? Davvero curioso è poi legare il divieto in arrivo alla mancanza di studi sugli effetti della e-cig «a lungo termine». È il famigerato principio di precauzione, in Italia invocato per ogni fenomeno nuovo (specie se redditizio) ma attuato in modo stranamente selettivo. Cari esperti, perché allora non l'avete mai applicato ai cellulari?