Beppe dà fuoco alla piazza poi scappa

RomaÈ la marcia su Roma di Beppe Grillo. Che appena sente odore di riconferma per Giorgio Napolitano annuncia il suo arrivo a Montecitorio in camper dal Friuli. Una vera chiamata alle armi: «Ci sono momenti decisivi nella storia di una Nazione - scrive sul suo blog - e oggi, 20 aprile 2013, è uno di quelli. È in atto un colpo di Stato. Pur di mie dire un cambiamento sono disposti a tutto». Poi l'appuntamento al suo popolo: «Sarò a Montecitorio stasera - annuncia prima ancora dell'inizio del sesto e decisivo scrutinio - e resterò tutto il tempo necessario. Dovremo essere in milioni, non lasciatemi solo o con quattro gatti. Qui o si cambia l'Italia o si muore». E, visto che secondo il comico genovese il suo blog è «sotto attacco» (ma di chi?), invita i seguaci a diffondere l'invito attraverso i social media. E quando si incita alla rivolta sociale non sempre ci si può scegliere i compagni di lotta: è così anche Forza Nuova annuncia che sarà con i grillini in piazza, oltre a Sel e alle schegge della sinistra estrema e antagonista. Imbarazzo.
Iniziano ore di tensione nel cuore di Roma vigilata come nei giorni neri della sua storia. Le parole incendiarie rischiano di scatenare la folla. Anche perché in piazza con i grillini e schegge della società civile ci sono i soliti apponenti dell'antagonismo. Grillo inizialmente dovrebbe arrivare verso le 19.30, orario da subito sembrato irreale considerato quanto dista Udine da Roma, ma che autorizza una serie di voci incontrollate sulla localizzazione del comico-guru, dato alle porte della capitale o a centinaia di chilometri di distanza. Il giallo si chiarisce quando, verso le 20, Grillo twitta il rompete le armi: «Arriverò a Roma nella notte e non sarò in piazza». L'appuntamento è per oggi, non si sa dove, non si sa quando. Le trattative con la questura sono febbrili.
È il richiamo ai forconi l'ultima carta del duo Casaleggio-Grillo, fallita la manovra politica che avrebbe dovuto scongiurare l'accordo tra centrosinistra e centrodestra, inizialmente sembrava destinata al successo, fallita la candidatura di Stefano Rodotà, che peraltro si schermisce e dichiara di non avere mai amato «le marce su Roma». Al duo «belli capelli» non resta che alzare il volume e incitare il popolo alla rivolta. Esagerando l'importanza di quelle poche migliaia in piazza Montecitorio e dimenticando che la gran parte degli italiani non può che trovare rassicurante la riconferma del contratto di affitto di Napolitano al Quirinale. Solo che quella è gente che non scende in piazza, che non sbraita sui social network. E quindi cittadini trasparenti per Beppe Grillo e i suoi.
Prima e dopo la rielezione di Napolitano la piazza davanti alla Camera ribolle. In centinaia, migliaia sono lì in presidio. Comunque non i milioni invocati da Grillo. Anche bandiere con falce e martello, autonomi, giovani e non troppo giovani dei centri sociali, il popolo degli incavolati civili accanto ai professionisti della violenza e accanto a curiosi con il gelato in mano. Inneggiano a Stefano Rodotà, diventato nel frattempo una specie di martire dell'inciucio, gridano «Vergogna!», «Tutti a casa!», Cantano come allo stadio «Ve ne annate, sì o no?». Qualcuno si dice elettore del Pd ma giura che non lo voterà piu. Quando attorno alle 18.15 si sparge la voce che Napolitano ce l'ha fatta il clima si scalda. Le voci si alzano. I poliziotti schierati a difesa del Palazzo hanno un brivido di tensione.
I deputati del M5S che in attesa dell'arrivo del guru devono improvvisarsi capipopolo fanno quello che possono. Qualcuno accende il fuoco («Oggi più che mai va alzata l'ascia di guerra, l'ascia della democrazia, della libertà e del cambiamento», twitta battagliero il cittadino deputato Roberto Fico), qualcun altro finge di provare a spegnerlo («Tutti a Roma educati e composti», l'appello del vicepresidente dei deputati Riccardo Nuti). Prima delle 19, mentre a pochi metri l'aula di Montecitorio acclama Napolitano, un pungo di parlamentari grillini esce a prendersi l'applauso e fronteggia la folla che li tocca e chiede loro il racconto di quello che è accaduto nel Palazzo. Paola Taverna, parlamentare di M5S è a disagio quando si parla di golpe: «Ma Grillo si sa, esagera sempre con le parole. Però è stato ignorato un segnale di cambiamento». Vito Crimi fa l'incendiario e il pompiere («Le porcate non passeranno, ma ora state calmi»).
Esce anche Roberto Fico: «Ormai viviamo in una dittatura a norma di legge dominata da due partiti autoreferenziali che ora si uniranno in un governo dell'inciucio, ignorando le voci di questa gente». Qualcuno gli fa notare che Napolitano ha avuto i voti di tre quarti del Parlamento e lui glissa: «Sì, ma se noi vediamo un inciucio dobbiamo denunciarlo». A un certo punto il ritornello è talmente ripetitivo e il carisma talmente scadente che i giornalista dapprima assiepati in capannello si stufano e lasciano Fico lì, a parlare di colpo di Stato con la sua barba. Già, che barba.

Commenti

nino47

Dom, 21/04/2013 - 11:12

Spiacente, ma Grillo ha ragione! E ce ne accorgeremo molto presto! Intanto preparate i certificati elettorali...

Ritratto di Giorgio Prinzi

Giorgio Prinzi

Dom, 21/04/2013 - 11:36

Se si è trattato di un inciucio i grillinisti stavano solo a fare i guardoni.

nino47

Lun, 22/04/2013 - 11:03

@giorgio prinzi: ..e cosa avrebbero dovuto fare,se è bastato annunciare l'occupazione simbolica del parlamento per sguinzagliare tutto lo sdegno dei media e di chi, come forse anche lei, professa il "facciamo, diciamo nella misura in cui possiamo"...cioè NIENTE????