Berlusconi: «Via dall’Irak entro il 2006»

Il premier: «La posizione del governo è sempre la stessa. Abbiamo già ridotto la nostra presenza del 10% e andiamo avanti con il programma stabilito»

Gianni Pennacchi

nostro inviato a Tunisi

Questo è l’ultimo Natale a Nassirya, quello dell’anno prossimo i nostri ragazzi in Irak lo festeggeranno a casa, con le famiglie. A dare il gioioso annuncio è il premier stesso, in conferenza stampa dopo un «lungo e cordiale» incontro col presidente tunisino Ben Ali, pur se non era ovviamente questo il tema pregnante nell’agenda dei colloqui di ieri. Ma un giornalista tunisino gli ha posto una specifica domanda sull’argomento, nell’ambito più generale dell’impegno contro il terrorismo. E Silvio Berlusconi non si è sottratto, pur se ha lasciato cadere la buona novella dopo un lungo preambolo, forse per stemperare - o per potenziare? - il gran finale al quale s’apprestava, ribadendo l’ormai usuale incipit che «la posizione del governo italiano è sempre la stessa». Stavolta, però, il presidente del Consiglio è stato ancor più concreto e preciso, sul termine conclusivo dell’impegno italiano in Irak: «Se ci si domanda quale potrebbe essere la data che porrebbe fine alla nostra presenza, noi abbiamo parlato con gli alleati e con il governo iracheno della fine del 2006».
Niente Caporetto né fuga zapatera, dunque; tutto si fa in accordo con gli Usa e con Bagdad, ma tra un anno a casa, fine della missione che, seppur di pace e buona volontà, certamente fruttuosa e meritoria, s’è rivelata tra le più pesanti e dolorose di quante il nostro Paese si sia mai fatto carico. Ma ecco la risposta integrale di Berlusconi alla domanda sul rientro del contingente italiano in Irak.
«La posizione del governo italiano è sempre la stessa. Noi non abbiamo partecipato alla guerra in Irak, noi siamo intervenuti in una missione di pace, attraverso un contingente di pace, a seguito della risoluzione 1546 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che ha invitato i Paesi che ne avevano la possibilità ad inviare loro contingenti per progetti di aiuto alla popolazione e per mantenere l’ordine pubblico, in modo da creare le condizioni per l’instaurarsi di una democrazia. Questo abbiamo fatto, insieme a 34 altri Paesi. Ora i Paesi sono 29, noi siamo il trentesimo. Per l’esattezza siamo il terzo Paese come numero delle presenze, abbiamo ridotto del 10 per cento la nostra presenza nelle settimane passate, abbiamo un programma di riduzione della nostra presenza che si attuerà via via che il governo iracheno potrà disporre di proprie forze dell’ordine in grado di sostituirsi nelle funzioni oggi svolte dai nostri militari».
Se siamo stati con le mani in mano finora in Irak, o semplicemente a difenderci da altri attacchi sanguinosi? Neanche per sogno, il premier rivendica il lavoro svolto che è poi quello che giustifica la prossima fine della nostra missione: «Abbiamo provveduto all’addestramento di oltre 10mila cittadini iracheni, 9mila per le forze di polizia e mille per le forze militari: questi contingenti iracheni hanno già preso servizio nella provincia dove noi operiamo e hanno assicurato il servizio d’ordine nelle ultime elezioni, che si sono svolte senza incidente alcuno. Abbiamo poi continuato nell’opera di aiuto alla popolazione civile, sono più di 500 i progetti che noi abbiamo realizzato: vanno dall’apertura di ospedali, di scuole, di asili e di negozi alla rimessa in pristino di servizi come le fognature, l’elettricità, le strade e gli uffici pubblici.
«Credo pertanto che la nostra in Irak sia una presenza molto positiva: il governo iracheno ci ha ripetutamente confermato i suoi ringraziamenti e ci ha manifestato la sua gratitudine anche attraverso la visita del presidente Talabani e del presidente del Kurdistan Barzani, che sono venuti a Roma recentemente. Con loro, ci siamo trovati in perfetto accordo. Quindi la riduzione del nostro contingente e il progressivo ritiro dall’Irak sarà commisurato alla possibilità di sostituirci nella funzione di mantenimento dell’ordine pubblico, sarà fatto in accordo con gli altri alleati e sarà fatto in accordo con il governo iracheno».
Finalmente, senza una pausa o tanto meno una richiesta di ulteriori informazioni: «Se ci si domanda quale potrebbe essere la data che porrebbe fine alla nostra presenza, noi abbiamo parlato con gli alleati e con il governo iracheno della fine del 2006».