Quel blitz di superMario che fa scappare i gufi

Il presidente dell’ Eurotower fa intravedere l’arma finale: stampare moneta come l’americana Fed. Ma resta l’ostacolo della Germania

Ieri all'improvviso i mercati, come si dice in gergo, sono girati: tutti si sono messi a comprare. Titoli di Stato, azioni, obbligazioni hanno fatto segnare rialzi a due cifre. L'euro che viaggiava pericolosamente sotto quota 1,20 contro il dollaro è rimbalzato. È bastata una dichiarazione del presidente della Bce. Ma cosa ha detto di così forte Mario Draghi? Riportiamo fedelmente: «Ho un messaggio chiaro da darvi: nell'ambito del nostro mandato la Bce è pronta a fare tutto il necessario a preservare l'euro». E fino a questo punto nulla di nuovo. Il governatore aveva detto più o meno le stesse cose in un'intervista rilasciata nel fine settimana a Le Monde. Non aveva sortito gli effetti sperati: alla riapertura dei mercati di lunedì, essi avevano continuato per la loro strada in discesa. Ciò che ieri ha contato davvero è la seconda parte della dichiarazione di Mr. Euro. Questa: «Credetemi: sarà abbastanza. Se il premio pagato sul funding governativo impedisce la trasmissione della politica monetaria, allora questo rientra nel nostro mandato».
È il bazooka della Bce, sono le armi non convenzionali. Detto in parole semplici, ieri gli speculatori si sono presi una fifa blu. Il loro timore è che la banca centrale si possa mettere a stampare moneta per contrastare le vendite al ribasso sui titoli di Stato dell'area euro. Draghi per la prima volta ha detto esplicitamente che potrebbe utilizzare questa arma se costretto e che il suo utilizzo non sarebbe in contrasto con il dettato statutario della banca che presiede. Vedremo tra poco che la cosa non è così semplice, ma quel che conta è che i mercati e i ribassisti ci hanno creduto. Eccome. Tanto più che l'uscita di Draghi sembra in contrasto con quelle dell'ultimo incontro della banca centrale in cui si disse che era da considerarsi impossibile un intervento attivo della banca nel fondo anti-spread di cui si era discusso al vertice europeo. Evidentemente qualcosa è cambiato nel frattempo.
C'è un vecchio detto della finanza americana: «Never fight the Fed». Non fare mai la guerra contro la banca centrale americana, perché la perdi. Draghi ieri ha fatto intendere che la storiella potrebbe valere anche per l'euro. Al prossimo incontro del due agosto capiremo meglio quali armi non convenzionali verranno messe in campo. Ma soprattutto quanto l'area tedesco-centrica consentirà il loro utilizzo. Draghi è considerato, come Monti, il più tedesco degli italiani. Ma anche il più vicino alle richieste che arrivano da oltreoceano. E non è un mistero che il presidente degli Stati Uniti, in attesa di rielezione, e il suo governatore centrale, sono mesi che chiedono all'Europa di muoversi senza indugi nella difesa dell'euro.
Senza tanti giri di parole ieri gli speculatori hanno iniziato a temere che la banca di Francoforte possa mettersi a comprare direttamente titoli di Stato dei Paesi periferici (Italia e Spagna) per calmare la furia ribassista dei mercati. Se così dovesse essere (non è ovviamente detto e lo sapremo solo dopo il due agosto) il mercato farà un rimbalzo deciso.
Stampare moneta (gli Stati Uniti lo stanno facendo ormai da anni) in un ambiente economico e finanziario che ha una grande avversione al debito e in cui le produzioni nazionali rallentano non è però la soluzione dei problemi.
Esistono due piani: quello finanziario in cui la mossa di Draghi ha un grande senso. E quello produttivo in cui essa permette solo di guadagnare tempo. Vi è inoltre un paradosso che spesso sfugge. Il nostro sistema produttivo più internazionalizzato e patrimonializzato (non ha gran bisogno di credito ed esporta una buona quota della sua produzione) oggi non sta soffrendo affatto. Il nostro deficit commerciale nei primi sei mesi dell'anno scorso era di 20 miliardi di euro. Quest'anno è stato pari a zero. In parte a causa dalla riduzione dei consumi indotti dall'alta tassazione. Ma la fetta più importante è per la ripresa delle esportazioni che nasce anche dalla svalutazione (circa del dieci per cento) dell'euro. La mossa di Draghi, se invece verrà portata a termine, rafforzerà la moneta unica.
È questo il difficile gioco di interessi in cui siamo finiti. Da una parte la divisione all'interno dell'eurozona sui compiti della sua banca centrale. Oggi il pendolo sembra essere finito più dalla parte di chi vuole una Bce come prestatore di ultima istanza.
E dall'altra la divisione tra produttori virtuosi e Stati spendaccioni. I primi vorrebbero una moneta stabile e non sopravvalutata con un costo del credito decente, i secondi con la loro bulimia fiscale ci hanno messo nelle condizioni di sperare che si inondino i mercati di liquidità, svilendo quella merce preziosa e delicata che si chiama moneta.
In questo la dottrina Merkel è comprensibile e apprezzabile. Non possiamo continuare a pensare che il nostro sistema pubblico sia completamente esentato da un vincolo di bilancio: si ritiene che si possa spendere a piacimento e pareggiare con maggiori tasse o a debito. Draghi ha sempre detto, nelle sue considerazioni finali da governatore della Banca d'Italia, di essere dello stesso avviso. Ma oggi si trova a lanciare una ciambella di salvataggio al sistema che altrimenti crollerebbe. Primum vivere deinde philosophari.

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Parietti a pagina 8

di Nicola Porro